giovedì 24 maggio 2018

Prisoners (2013)

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La paura più spaventosa e angosciante di ogni genitore è quella che i propri figli spariscano nel nulla, da un momento all'altro, senza lasciare traccia. Quasi certamente vittime di criminali legati alla pedofilia o al traffico di esseri umani, o a profili di assassini seriali.
Purtroppo, questo è il terrificante evento che capita a Keller Dover (Hugh Jackman), e alla sua famiglia, che, mentre festeggiano il giorno del Ringraziamento assieme ai vicini, i Birch, perdono di vista le rispettive bambine, Anna e Joy, per realizzare poco dopo che sono scomparse.
Ne consegue una gigantesca caccia all'uomo, guidata dal detective Loki (Jake Gyllenhaal), che produce un fermo, un ragazzo ritardato di nome Alex Jones (Paul Dano), poi scarcerato per mancanza di prove.
Le famiglie sono devastate dal dolore e dall'angoscia. Keller, in particolare, divorato dai sensi di colpa instillatogli anche dalla moglie (Maria Bello), decide che il ragazzo momentaneamente arrestato è colpevole e che la polizia è incompetente, ragione per cui agisce in prima persona, rapendo Alex e sottoponendolo prima a vari pestaggi e poi a tortura, per estorcergli le informazioni inerenti il luogo dove è tenuta la figlia.

Prisoners è il primo film americano del regista canadese Denis Villenueve, che veniva da due opere acclamate dalla critica: Polytechnique e La donna che canta. Per l'occasione, il cast che la produzione  hollywoodiana gli mette a disposizione è di prim'ordine.
La pellicola merita a mio avviso la visione non tanto per il plot poliziesco, che in effetti inciampa in diversi clichè, ha un primo finale non proprio a sorpresa e pesca qualche dinamica da Il silenzio degli innocenti o da Vanishing (a sua volta remake dell'olandese Il mistero della donna scomparsa). Piuttosto Prisoners trova il suo perchè nella spirale paranoico distruttiva nella quale precipita il protagonista Jackman, di professione falegname, che, per lenire dolore e sensi di colpa, si mette metodicamente a torturare un ragazzo disabile, applicandosi, nella costruzione di un artigianale strumento di tortura, con la stessa indifferenza con la quale assemblerebbe un tavolo per il soggiorno. La storia per lui si concluderà in modo spietato, con un contrappasso biblico a punirlo per le sue azioni. E' chiaro che il messaggio della storia, reso in maniera estremamente efficace dalla messa in scena e dalla fotografia di una Pennsylvania opaca, piovosa, malinconica, vuole mettere a fuoco il diverso stato di prigionia, fisico o mentale, di tutti i personaggi della vicenda: le bambine, Keller, il sospetto rapitore, il detective.

Da questo punto di vista, un grande film.

lunedì 21 maggio 2018

John Wick, capitoli 1 e 2

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John Wick (Keanu Reeves), è stato un killer a pagamento. Il migliore in circolazione. L'uomo nero. Portava a termine qualunque compito gli venisse assegnato. Riusciva dove chiunque altro falliva. Da un pò si è ritirato, per vivere la storia d'amore della vita.Sfortunatamente la sua donna si ammala e muore, lasciandolo solo con un cucciolo di cane da accudire. Il primo capitolo inizia così, con John che conduce una vita solitaria, cercando di elaborare il lutto, fino a quando, per motivi banali, entra in contatto con un gruppo di scagnozzi della mafia russa (da lui in passato servita), tra i quali Yosef Tarasov (l'Alfie Allen già Theon Greyjoy del Trono di spade), il figlio del boss Viggo, i quali gli portano via le ultime cose alle quali è legato da affetto ossessivo: il cucciolo, lascito della moglie, e la sua Ford Mustang del 1969. Gli sgherri commettono però l'errore di lasciarlo in vita. Da qui inizierà la deflagrazione totale della storia, con Wick che torna ad essere implacabile, feroce ed inarrestabile. Nel secondo capitolo, dopo una premessa che altro non è che una coda del primo, il pensionamento del nostro è di nuovo messo in discussione dal boss italo americano della camorra Santino D'Antonio (Riccardo Scamarcio), con il quale Wick ha un debito d'onore, che è costretto a saldare soddisfando la richiesta di Santino di uccidergli la sorella (Claudia Gerini), pericolosa contendente al potere criminale di tutte le cosche italiane. L'azione si svolgerà prima in Italia, a Roma, per poi tornare a New York, con un cliffhanger finale.

John Wick ha senza dubbio dato un bello scossone all'asfittico panorama degli action americani, che sembravano ormai agonizzanti tra l'ennesimo film con Jason Statham e uno dei tanti Attacchi al potere. Con John Wick, è vero, siamo ancora all'uomo solo contro tutti, ma la produzione ha dalla sua più di un'intuizione innovativa. Innanzitutto le scene di combattimento, per le quali si introduce la tecnica del "gun-fu", sorta di kung-fu con la pistola, che, in un contesto (il corpo a corpo) nel quale abbiamo visto ormai di tutto, ci permette di assistere a qualcosa di diverso. E poi, altro elemento vincente, l'introduzione di una sorta di sindacato mondiale per i criminali, che offre rifugio sicuro ai delinquenti di livello nei suoi Continental Hotel di tutto il mondo, dove si paga in monete d'oro e dove vigono regole rigorose, la prima delle quali è che non si possono commettere atti violenti all'interno degli hotel. 
Insomma, se John Wick, pur essendo un prodotto di puro intrattenimento, riesce ad emergere con personalità tra le proposte di un genere tanto amato quanto inflazionato e in decadimento, è per merito di trovate narrative divertenti, di momenti d'azione innovativi, oltre che, naturalmente, per la recitazione monoespressiva, ma molto in parte, di un ritrovato Keanu Reeves. 
Gli amanti dell'action non possono perderlo. 
L'anno prossimo è prevista la conclusione della trilogia.

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giovedì 17 maggio 2018

Meshell Ndegeocello, Ventriloquism

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Puoi anche passare una (ennesima) fase metal intensa e totalizzante, che ti monopolizza gli ascolti 24/7, ma quando esce un nuovo disco di Meshell Ndegeocello i blast beat si placano, le chitarre distorte si fermano, i growling si fiaccano, il tempo stesso rallenta, e hai orecchie solo per lei.
Quattro anni dopo il sublime Pour une Ame Souveraine, dedicato alle composizioni di Nina Simone, l'artista americana (nata però a Berlino da padre militare USA) torna con un altra raccolta di brani altrui, che, se da un lato hanno caratteristica più leggera, trattandosi di cover degli anni ottanta in ambito R&B mainstream, dall'altro sono collocate in un contesto di impegno sociale, dato che parte dei profitti delle vendite dell'album è destinato a finanziare l'American Civil Liberties Union (ACLA).
Il lavoro, composto da undici tracce, rielabora con classe cristallina pezzi abbastanza noti di artisti che perlopiù hanno vissuto la loro stagione migliore proprio negli eighties, e che evidentemente hanno rappresentato qualcosa a livello di formazione emotivo/musicale di Meshell, classe '68, che in quegli anni viveva adolescenza e maturità.
Si ripescano personaggi dimenticati come Al B. Sure con la sua Nite and day; le TLC con Waterfall, una Janet Jackson d'annata, con Funny how time flies (When you're having fun), e li si reinterpretano in versioni meravigliosamente sensuali ed elegantissime, dove Ndegeocello ormai privilegia l'interpretazione vocale alle dimostrazioni di tecnica al basso (con le uniche eccezioni del funky iniziale I wonder if I take you home, originariamente interpretato da Lisa Lisa & Cult Jam feat. Full Force, e di Smooth operator di Sade).
Ci sono poi una manciata di brani che dallo status di semplice eccellenza si elevano ulteriormente a quello di capolavori. E' il caso di una canzone di Prince, considerata minore, ma che personalmente, quando attraversavo il mio periodo princiano, ho sempre adorato alla follia: si tratta di Sometimes it snows in April, dal disco Parade (album noto per i successi di Kiss e Girls & boys), che solo per il fatto di essere stata celebrata meriterebbe un giudizio fuori scala. L'interpretazione fa poi il resto.
Ma se nel caso di Prince il gioco poteva essere facilitato dall'avere per le mani un pezzo già straordinario di suo, l'infinita suggestione dell'altra gemma del disco è solo ed esclusivamente merito dell'ispirazione di Meshell, che ci regala una Private dancer (Tina Turner) da groppo in gola, dove finalmente, grazie ad un arrangiamento scarno ed un approccio dolcemente malinconico, emerge in maniera sublime la bellezza del testo firmato Mark Knopfler. Autentico masterpiece.

Ci sono modalità e motivazioni diverse di registrare un disco di cover, quelle di Meshell Ndegeocello, restano un inarrivabile punto di riferimento.

lunedì 14 maggio 2018

Bullet, Dust to gold

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Altra band svedese di retro rock, i Bullet si formano a Vaxjo nel 2001. Qualche anno dopo (2006) esordiscono con il primo full lenght (Heading for the top) che subito li segnala come grandi appassionati di tutto ciò che è metal anni ottanta: dal look, alla copertina del disco fino, ovviamente, allo stile, che richiama, tra gli altri, AC/DC, Judas Priest e Accept.
La band cresce nei consensi di pubblico e raggiunge probabilmente il suo apice creativo con Bite the bullet (2008) e, soprattutto, Highway pirates (2011), che consolidano il marchio di fabbrica musicale, confermato poi dai successivi Full pull (2012) e Storm of blades (2014).
Ci vogliono quattro anni perchè il combo, ben saldato attorno all'imponente singer Hell Hofer e all'ascia Hampus Klang, rilasci l'oggetto di questa recensione, la settima fatica: Dust to gold.
Chiaro che ogni valutazione su un genere musicale così derivativo si basa fondamentalmente su due elementi: la capacità di replicare credibilmente le sonorità di riferimento, attraverso canzoni nuove che incarnino la filosofia ispiratrice e, elemento del tutto soggettivo, la predisposizione dell'ascoltatore a lasciarsi andare senza troppe menate.
I Bullet con Dust to gold centrano appieno questi due obiettivi, regalandoci un disco che è la quintessenza del roccherrol metallaro degli eighties, con uno stile che è il figlio bastardo di AC/DC e Accept, tanta attitudine e refrain killer come da manuale. 
L'opener Speed and attack mette da subito le cose in chiaro, Ain't enough le sancisce in bolla papale e così via via fino alla conclusiva title track, passando per il tamarrissimo finto live di Highway love, che nonostante tutto, riesce a starci dentro alla grande.

Fun, fun, fun.




giovedì 10 maggio 2018

The walking dead, stagione 8

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Nel caso ve lo stiate chiedendo: sì, qui si spoilera.

Bizzarro come l'unica serie tv superstite da quando ho deciso di sottrarre le scarse porzioni di tempo ai serial per dedicarle ai film, sia anche quella qualitativamente più discutibile: The Walking DeadUna ragione ovviamente c'è, ed è riconducibile a Stefano, che l'anno scorso si è appassionato all'epopea di Rick & soci, trasformandone così la visione in un rito di famiglia.

The walking dead è sicuramente la serie action che ha maggiormente i tempi delle soap, ma in generale anche dei fumetti USA di lungo corso (gli appassionati Marvel o DC sanno di cosa parlo): eventi che occuperebbero poco spazio sono dilatati all'inverosimile e diluiti dentro storie, conversioni, controconversioni ed introspezioni ardite, non sempre in linea con la costruzione dei personaggi. Insomma, un serial che nasce da un fumetto e che dalla serialità dei fumetti prende tempi e modi narrativi.

Anche l'ottava stagione segue questo canovaccio ormai consolidato, con gli autori che si avvitano su se stessi facendo assumere decisioni talvolta strampalate e prive di logica a qualche characters: gente che da sanguinaria diventa pacifista (o viceversa), nel giro di qualche sequenza (Morgan, Tara, Daryl, Rosita, Ezekiel) oppure l'evidente difficoltà di gestire il personaggio Negan attraverso maldestri tentativi di "umanizzazione" che stonano parecchio con la sua precedente riduzione a semi caricatura. 
Però qualcosa di buono, di molto buono, in questa stagione c'è stato:  l'eredità che Carl ha lasciato ai suoi cari e al suo gruppo. Ad un Rick sempre più lontano dalla moralità dell'eroe buono e sempre più pericolosamente border line e accecato dal desiderio di vendetta, gli showrunner affiancano infatti l'attitudine di un ragazzo cresciuto precocemente che gli spiega (il figlio al padre) la strada della riappacificazione. Molto interessante anche l'alternarsi di flash forward assieme a sequenze che si scopriranno essere state solo sognate da Carl, i cui autentici significati non saranno svelati fino all'ultimo episodio.

Contrariamente alle aspettative di molti, la stagione non termina con Negan ucciso nel modo più cruento possibile da Rick, ma con un'imprevedibile riconciliazione tra i due gruppi e  con una speranza di nuovo sviluppo nell'armonia collettiva.
Il messaggio molto poco americano è quello della ricostruzione di regole di convivenza civili, la fine della rappresaglia, la misericordia verso gli sconfitti.
A Negan viene quindi salvata la vita e comunicata una condanna all'ergastolo, quale esempio di un nuovo mondo che sta per nascere (e, surrettiziamente, per tenere nel cast uno dei villain più iconografici degli ultimi tempi). 
Maggie, Daryl e Jesus (quest'ultimo in maniera del tutto incomprensibile, visto il ruolo di colomba che ha sempre avuto) la pensano diversamente e preparano nell'ombra il primo colpo di stato dell'era The Walking Dead. E in questo sì, che gli americani hanno da insegnare a tutti.

E' superfluo ribadirlo: in autunno arriva la nona stagione.

lunedì 7 maggio 2018

Nemesi (2016)


Sul mio podio degli eroi cinematografici di gioventù siede saldamente il signor Walter Hill, classe 1942 e stile (all'epoca) innovativo ed imitatissimo, capace, dal 1978 al 1984, di sfornare un capolavoro dopo l'altro con i quali ha ridisegnato completamente il significato di action americano: Driver l'imprendibile; I guerrieri della notte; I cavalieri dalle lunghe ombre (western); I guerrieri della palude silenziosa; 48 ore e ultimo ma non ultimo il connubio cinema/musica rock in gran parte responsabile della mia formazione: Strade di fuoco (senza considerare il ruolo di Hill in qualità di produttore per l'intera saga di Alien). 
Spentisi i riflettori di quel periodo che ha segnato la storia del film di genere (USA, ma non solo), Hill ha sempre continuato a fare il suo cinema, con incursioni nella commedia (Chi più spende più guadagna), omaggi al blues (Mississippi adventures), action thriller nerissimi (Johnny il bello), lavorando via via con tutti gli attori di riferimento per il genere (Rourke, Stallone, Willis, Schwarzenegger, Sniper, etc.).
Come per tutti quelli della sua generazione, gli anni duemila gli hanno imposto un semi pensionamento, laddove Hollywood li ha sostituiti con registi fracassoni ma intercambiabili uno con l'altro, al servizio di budget milionari ed effetti speciali sempre più invadenti. Sono infatti solo tre i film che il regista riesce a girare in quindici anni, dal 2000 al 2015. Nel 2017, in maniera del tutto anonima e "a fari spenti", esce anche da noi il suo ultimo film: Nemesi. Le sale italiane lo ignorano, viene distribuito in piena estate e resta in programmazione solo qualche giorno, al punto che è quasi impossibile riuscire a vederlo. Urgeva un recupero in dvd.

Il plot: Frank Kitchen (interpetato da Michelle Rodriguez, che si misura con un personaggio maschile) è un killer a pagamento al soldo del miglior offerente. Su commissione del boss Honest John (Anthony LaPaglia), uccide un uomo per la mancata restituzione di un prestito. La vittima è però l'amatissimo fratello di Rachel Jane (Sigourney Weaver), svitata medico chirurgo radiata dall'ordine e pertanto operante nella clandestinità, che, per vendicarsi, mette in atto un agghiacciante modalità ritorsiva. La storia si apre con la Weaver internata in un istituto psichiatrico, impegnata a sostenere un colloquio col professor Galen (Tony Shalhoub) in merito ad un massacro avvenuto nella sua clinica clandestina, dal quale lei è emersa come unica sopravvissuta e sospettata principale. Da qui parte, attraverso l'alternanza di flashback e racconto presente, tutta la vicenda.

Mi trovo ancora una volta dall'altra parte della barricata rispetto ad una critica che ha sostanzialmente snobbato Nemesi (The assignment in originale). Dentro questo film c'è tanta dell'arte di Hill. Il cineasta racconta una storia oscura, a tratti anche sgradevole e con tematiche più prossime all'horror che al thriller, rinunciando completamente all'ironia e affidando molto della riuscita dell'opera alle due meravigliose donne protagoniste, Weaver e Rodriguez, che lo ripagano appieno della fiducia. La messa in scena è asciutta ed essenziale, il ricorso alle tavole fumettistiche per inframezzare il racconto dona una cornice epico-avventurosa ad una storia che per molti versi è quasi onirica. La sequenza conclusiva che mostra la contro-vendetta di Frank, è il colpo da maestro.

Nemesi dimostra che mr Walter Hill ha ancora tanto da dare al cinema moderno. Speriamo vivamente ne abbia ancora le possibilità.



giovedì 3 maggio 2018

Avengers, Infinity War

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CONTIENE SPOILER!

La Marvel, dopo aver sostanzialmente inventato i comic movie del nuovo millennio, si prende la libertà di cambiargli radicalmente le coordinate. Se già prima non c'era partita nella competizione con le produzioni cinematografiche della DC Comics, una più inguardabile dell'altra, a maggior ragione non ce ne può essere adesso che con Infinity War la Casa delle Idee ha ridefinito le regole del gioco. 
Il tutto avviene grazie all'attesissimo avvento di Thanos (Josh Brolin), villain cosmico che già tramava dietro le quinte da diverso tempo (il primo Avengers) la distruzione dell'universo. Anzi, per meglio dire, l'equilibrio dell'universo. Infatti la filosofia alla base delle azioni di questo affascinante super cattivo si basa sulla constatazione che i pianeti siano tutti sovraffollati, di conseguenza non ci siano abbastanza risorse per tutti, di conseguenza, è indispensabile lo sterminio della metà della popolazione dell'universo perchè i superstiti vivano agiatamente. Il ragionamento non fa una piega (oltre a richiamare una simile strategia messa in atto da Ozymandias, nei Watchmen). Per mettere in atto il suo piano però non bastano più gli attacchi ai singoli pianeti, il semi dio deve recuperare le sei gemme dell'infinito con le quali avrà a disposizione la vera onnipotenza divina. La ricerca, con i relativi combattimenti, si sviluppa tra lo spazio sconfinato e la terra (due delle sei gemme sono custodite da Visione e Dr. Strange), coinvolgendo buona parte del pantheon superoistico (Iron Man, Thor, Captain America, Spider-Man, Guardiani della Galassia, Vedova Nera, War Machine, Visione, Scarlet, Bucky, Pantera Nera, Falcon, oltre ad un Bruce Banner in crisi di identità che non riesce più a trasformarsi in Hulk) che sembra comunque non avere chance contro un nemico come Thanos.

Infinity War si limiterebbe ad essere "solo" un film divertente, con un ottimo bilanciamento tra azione, dramma e leggerezza (anche se forse a volte alcune battute sono un pò forzate), non fosse per il finale che gli conferisce una spinta propulsiva tale da, come detto, rivoluzionare il genere. Sì, perchè proprio quando sembra che la trama si avvii alla canonica conclusione, con la vittoria dei buoni, gli autori piazzano il colpo di genio: basta uno schiocco delle dita del mega villain, evidentemente annoiato dai troppi combattimenti, e metà della popolazione di tutto il cosmo (inclusa buona parte della fauna supereroistica) cessa semplicemente di esistere. Le ultime sequenze, con Thanos che finalmente può riposarsi con dipinto sul volto un sorriso di compiaciuta soddisfazione, in qualche modo riescono addirittura a creare empatia con questo mostro.

Trattandosi di un prodotto pensato per un pubblico di massa, con protagonisti i personaggi più popolari e amati anche dai bambini, che campeggiano su ogni merendina o snack del pianeta, aver avuto, da parte degli autori, il coraggio di concludere un film in questo modo è un atto a suo modo rivoluzionario. 
E pazienza se nel sequel, nel quale, a giudicare dalla breve sequenza dopo i titoli di coda, sarà introdotto Captain Marvel, assecondando la tradizione fumettistica, con ogni probabilità assisteremo alla "resurrezione" dei tanti eroi sterminati: Infinity War resterà comunque una pietra miliare nel genere.
Vi garantisco che vedere tanti bambini ammutoliti assistere alla polverizzazione di Spider-Man ed il resto della platea attonita durante il cupissimo accompagnamento musicale dei titoli di coda, non è roba da tutti i giorni.
Ci voleva la Marvel. Ci voleva Thanos. Ci voleva Avengers Infinity War.

lunedì 30 aprile 2018

MFT, marzo aprile 2018

ASCOLTI

Fino allo sfinimento:

Bullet, Dust to gold
Old Crow Medicine Show, Volunteer
Judas Priest, Firepower
Jack White, Boarding house reach
Metallica, discografia 1983/88

Gli altri:

Francesco De Gregori, De Gregori canta Dylan
Tesseract, Sonder
Eric Strickland, Honky tonk till I die
Sting and Shaggy, 44-876
Orphaned Land, Unsung prophets and dead messiahs
Colonnelli, Come Dio comanda
Elvis Costello, The best of the first ten years
Andrew W.K., You're not alone
The Dead Daisies, Burn it down
Lindi Ortega, Liberty
The Chieftains, Water from the well
Ben Harper & Charlie Musselwhite, No mercy in this land
Monster Magnet, Mindfucker
Primordial, Exile amongst the ruins
FM, Atomic generation
Charlie Sexton, Under the wishing tree
Thunder, Stage
The Sword, Used future
Eurythmics, Be yourself tonight
Meshell Ndegeocello, Ventriloquism
Nathaniel Ratheliff, Tearing at the seams
Thom Chacon, Blood in the USA
The Last Band, Rats of Gothenburg
Bokassa, Divide and conquer


VISIONI


Miss Peregrine, la casa dei ragazzi speciali
Viaggio in Paradiso
I padroni della città (F. Di Leo)
Scene da un matrimonio
Il villaggio dei dannati
Masterminds, I geni della truffa
Wacken 3D
The shape of water
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
Harry Brown
Non si sevizia un paperino
It (2017)
Auguri per la tua morte
Notte sulla città (Melville)
Trauma
La torre nera
Come ti spaccio la famiglia
Assassinio sull'Orient Exspress (2017)
Grand Budapest Hotel
Una notte da leoni 3
Donnie Darko
Una doppia verità
Now you see me 2
La casa dalle finestre che ridono
Come un gatto in tangenziale
Nemesi
Parker
Una lucertola con la pelle di donna
La città sconvolta: caccia ai rapitori

The Walking dead, 8

LETTURE

Joseph Boffo, Un sacchetto di biglie
Giorgio Costa, Seek and destroy

giovedì 26 aprile 2018

Eric Strickland & the B Sides, Honky tonk till I die (2012)

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Ho sempre pensato che metal e country abbiano moltissimi elementi in comune. Temi ricorrenti nelle lyrics, il disprezzo totale da parte dei non adepti al genere, un grandissimo seguito di pubblico, innumerevoli ramificazioni stilistiche e sottogeneri. E, ultimo ma non ultimo, una proliferazione senza paragoni di artisti che quotidianamente cercano di uscire dai garage (o dai granai) per tentare di affermarsi con la propria musica. Sono così tanti, che, anche seguendo siti e riviste specializzate, non si riesce a stargli dietro. 
Può capitare dunque di farsi sfuggire uno come Eric Strickland, che, dopo svariate esperienze musicali (contemplanti anche southern e rock and roll), nel 2012 corona il suo sogno di incidere un disco traditional country e consegna al pubblico un lavoro dal titolo inequivocabilmente programmatico: Honky tonk till I die.
E inequivocabili sono anche i contenuti della sua musica, con la traccia che dà il titolo al disco che si candida come irresistibile manifesto del genere, ribelle e outlaw.
Il ragazzo di Four Oaks, North Carolina mostra senza riserve il suo amore per i classici che hanno via via definito le coordinate del country, tenendo mi sembra in grande considerazione il lavoro di Hank Williams Jr. Quindi slide guitars e basso a pompare sangue e ritmo alle composizioni, tanto orgoglio, sentimentalismo quanto basta e l'immancabile tributo agli american country heroes, vale a dire i truckers (18 Wheels of hell on the highway). Non posso poi esimermi dal citare The day the truckers shut this country down, esercizio stilistico sull'inconfondibile boom chicka a boom di Johnny Cash.

Un più che incoraggiante esordio dunque, al quale Strickland ha dato, nel lustro dal 2013 al 2017, tre seguiti dei quali, prima o poi, dovrò occuparmi.

lunedì 23 aprile 2018

Buio in sala

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All'inizio di aprile, in maniera per me totalmente inaspettata (non sapevo che l'esercizio fosse in difficoltà), ha chiuso il multisala della mia città.
Ho provato quella sensazione strana che ti attanaglia quando, pur tenendoci, non dai peso ad una cosa, immagini che ci sia per sempre, e non prendi nemmeno in considerazione che potresti perderla.
Il nostro multisala, pur avendo diversi elementi in comune con gli altri, aveva anche una dimensione da vecchio cinema, non so come dire.
Aiutava probabilmente il fatto che non facesse parte di una delle enormi multinazionali dell'intrattenimento dove la proiezione del film passa in secondo piano rispetto all'aspetto consumistico e dove gli orari di inizio del film sono più che altro una traccia, visto che se ti siedi in sala all'ora prevista ti devi subire giusto quei 30-35 minuti di pubblicità (tipo, per non fare nomi all'UCI, a cui ho dichiarato guerra).
Per parafrasare lo slogan di un noto claim, il nostro cinema era diverso. Per dire, c'erano ovviamente tutti i blockbuster, ma bilanciati da film di qualità, da recuperi importanti, insieme a proiezioni d'essai e culturali. Ricordo in questo senso che la prima volta che tentai di vedere Black Panther con Stefano dovetti rinunciare perchè la fila alle casse arrivava fino in strada a causa di una proiezione speciale su Raffaello.
Al contrario, l'ultima volta che ci sono andato ho visto La forma dell'acqua. Film meraviglioso, al quale ho assistito in una sala completamente vuota, da unico spettatore. Un oscuro presagio, forse, anche se al momento non l'ho colto.

Ci ritroviamo così senza sale cinematografiche. In zona le alternative non mancano, anche se è necessario sobbarcarsi non meno di 10-15 chilometri per arrivare al posto più vicino.
Staremo a vedere cosa succede, intanto io ho una certezza: meglio senza cinema che con un cinema UCI.

giovedì 19 aprile 2018

Joseph Boffo, Un sacchetto di biglie

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L'insegnate di storia e letteratura di Stefano, per meglio inquadrare il periodo oggetto di studio, relativo alla seconda guerra mondiale, ha indicato alla classe di leggere Un sacchetto di biglie, di Joseph Boffo.
Come spesso tento di fare, non sempre riuscendoci, mi sono messo a leggerlo anch'io, in contemporanea a mio figlio, per capire il livello del testo rispetto alla possibile comprensione del ragazzo.
Risultato: l'ho finito in due giorni.
Il libro è un romanzo autobiografico che racconta le (dis)avventure del suo autore quando, nel 1941, all'età di dieci anni, insieme al fratello di due anni più grande, ha dovuto, su impulso del padre, fuggire da Parigi per evitare la deportazione, diretto verso una rete di amici e conoscenti che vivevano nelle zone libere della Francia.
Il racconto, un incredibile odissea che avrebbe avuto bisogno di tutta la fantasia di un Twain o di un London per essere inventata di sana pianta, tiene in equilibrio l'innocenza e la meraviglia tipicamente fanciullesche,  che trasformano in gioco anche le situazioni più disperate, con la più immane delle tragedie, comunque mai resa in maniera compassionevole, passando per il precoce e violento transito alla vita adulta di due bambini (a cui, per inciso, va enormemente meglio rispetto a tanti altri). 
Il libro emoziona, commuove (per quanto mi riguarda fino alle lacrime), indigna e, ancora una volta, consolida le convinzioni di chi, come me, detesta i revisionisti storici quasi più dei (neo)fascisti e prova un senso di frustante irritazione quando si ignorano le pericolose analogie tra i fatti della nostra storia e il presente.

Boffo, classe 1931, pubblica il racconto nel 1973, a 42 anni. Due anni dopo ne viene tratto un film, una graphic novel nel 2011 e un altro film, recentissimo, l'anno scorso. 
Da leggere e far leggere ai figli.

lunedì 16 aprile 2018

Fischio finale

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Mi sono appassionato al calcio relativamente tardi, poco prima dei quattordici anni, grazie al mundial di Spagna, che, neanche si fosse attivato un interruttore nascosto, ho cominciato improvvisamente a seguire dalla prima partita trasmessa dalla RAI, fino alla finale. Da lì ho deciso che avrei dovuto giocare quello sport meraviglioso. 
C'erano giusto alcuni problemini da risolvere, tipo che atleticamente avrei potuto gareggiare nelle olimpiadi degli scoordinati fisici e che in pratica non avevo mai tirato un calcio ad un pallone. 
Così, armato da una buona dose di incoscienza e da un'irriducibile buona volontà, ho cominciato il mio girovagare tra le squadre del paese, scendendo gradualmente di qualità, prima la migliore, poi la mediana, poi la peggiore, quindi quella dell'oratorio (a sette). Relativamente presto quindi, prima ancora che diventasse una moda, oltre che un ripiego dal tennis per i quaranta/cinquantenni, mi sono ritrovato a giocare a calcio a cinque (calcetto). 
Credo che le prime partite risalgano addirittura ai primissimi novanta. 
Da allora si può dire che non abbia mai smesso. 
Negli ultimi dieci anni ho giocato allo stesso posto, con una rosa abbastanza ampia di persone che ruotavano attorno ad un nucleo storico del quale facevo parte. 

Dopo l'ultima partita ho deciso di smettere. I motivi sono diversi.
Essendo quella del calcetto del lunedì l'unica attività (pseudo)fisica che svolgevo, dopo le partite avevo dei postumi tipo frontale con un Ducato lanciato in velocità. 
Le occasionali litigate in campo, che una volta aiutavano a scaricare ben altre tensioni lavorative, erano diventate esse stesse fonte di tensione. 
I ritmi di gioco che rallentavano sempre più (a vederci da fuori a volte sembrava di assistere ad una partita giocata sott'acqua). 
I cinquant'anni che mi stanno alle costole e ora sono ben visibili nello specchietto retrovisore. 
In poche parole, ero arrivato ad un punto nel quale mi divertivo una partita su tre e allora ho deciso di fermarmi, prima di diventare patetico (non dico che chi giochi oltre i cinquanta lo sia -  beh, qualcuno di certo lo è - il discorso vale per me). 

Insomma, si è chiuso un ciclo, e nell'ultima partita sono riuscito a concluderlo alla grande: vittoria con la squadra sfavorita ed eurogol (palla rubata, pallonetto al difensore, e, prima che il pallone toccasse il terreno, calcio al volo di sinistro e gol ).

Come dire: bisogna fermarsi quando si è al top.



giovedì 12 aprile 2018

Greta Van Fleet, From the fires (2017)

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Magari noi dinosauri dobbiamo cominciare un pò a fregarcene e a lasciarci andare. 
La prima volta che ascolti pezzi come Safari song, Flower power o ancora Highway tune rischi di andare fuori strada con l'auto per il dubbio lacerante che esistano al mondo degli inediti dei Led Zeppelin di cui non avevi conoscenza.
Poi approfondisci un pò la materia e scopri che le composizioni sono frutto del lavoro di una manciata di virgulti del Michigan, attivi dal 2012, che, miracolosamente, si sono infilati in un solco più frequentato del Grande Raccordo Anulare a Roma, riuscendo a dire qualcosa di più credibile di molti altri che li hanno preceduti.
Ma, e qui subentra il pessimismo di noi vecchi marpioni, un attimo dopo essere trasecolati cominciamo a pensare alle tante giovani band di retro rock che dopo un esordio sfavillante hanno perso completamente ispirazione e bandolo della matassa, e con questo pensiero emerge automaticamente anche il dubbio sull'autenticità dell'operazione.
Anche perchè From the fires, il full lenght di soli trentadue minuti dei Greta Van Fleet (ecco, non avevo ancora citato il nome del gruppo) altro non è che la versione leggermente espansa di un EP (Black smoke rising) uscito qualche mese prima, rispetto al quale sono presenti solo due ulteriori inediti e due cover (Meet on the ledge dei Fairport Convention e A change is gonna come di Sam Cooke, che per me è sacra e inviolabile). Pertanto, il dubbio che la lancetta del serbatoio dei giovinastri cominci già a puntare sulla riserva viene spontaneo.
Ma forse noi siamo delle persone orribili che non hanno fiducia nelle capacità delle nuove promesse del ruokk e perciò, per una volta, fermiamo la macchina masturbatoria mentale e valutiamo il disco per come suona e per le sensazioni che ci comunica. 
In questo caso il giudizio non può che essere estremamente lusinghiero.

lunedì 9 aprile 2018

La mala ordina (1972)


Solo qualche mese dopo l'uscita nei cinema di Milano Calibro 9, sempre nel 1972, Fernando Di Leo gira (oltre a scriverne soggetto, dialoghi e parte della sceneggiatura) La mala ordina, secondo capitolo di quella che sarà ricordata come trilogia del milieu, e che prende ancora spunto da un racconto di Scebarnenco.
Pur muovendosi nello stesso ambito del precedente film (il mondo della criminalità milanese i cui estremi - capi e scagnozzi - entrano in conflitto) dal punto di vista della messa in scena, La mala ordina è un lavoro con sostanziali differenze da Milano Calibro 9.
Lo si capisce già dall'incipit, dove, in luogo dell'avvincente costruzione della consegna del pacco vista nel primo capitolo della trilogia, assistiamo invece ad un dialogo in un lussuoso attico newyorkese, dove un boss della mafia americana dà disposizione a due sgherri di recarsi a Milano ed uccidere un certo Luca Canali. Non viene spiegato allo spettatore il motivo di questa condanna a morte, ma è chiaro che qualcosa di grave debba essere successo, perchè il boss pretende che l'omicidio sia estremamente plateale e cruento, per mandare a tutti un messaggio chiaro. Canali (Mario Adorf) è un anonimo pappone che esercita la professione al Parco Lambro, distantissimo dai traffici importanti gestiti in città dal padrino Vito Tressoldi (Adolfo Celi), totalmente ignaro di quanto sta per accadergli. Giunti a Milano, i due americani, un bianco (Henry Silva) e un nero (Woody Strode), si lasciano convincere da Tressoldi di lasciare a lui la cattura di Canali ma, prima quasi fortuitamente, poi dimostrando una certa abilità, il pappone si rivelerà una preda molto più difficile del previsto. Per questa ragione Don Vito colpirà vilmente gli affetti più cari di Canali, scatenando così la sua ira incontenibile.

Posto che, film dopo film, sono diventato fan di Mario Adorf, sull'ineccepibile confezione complessiva tecnico narrativa della pellicola approntata da Di Leo, ancora una volta, c'è poco da dire. La mala ordina tiene incollati dalla prima all'ultima scena, usando la stessa cassetta degli attrezzi di Milano Calibro 9, ma estraendo utensili diversi. L'azione si svolge ancora a Milano, ma la disanima politico sociale esce dallo schema del plot, che si sviluppa dall'inizio alla fine come una vera e propria gangster story, con le forze dell'ordine totalmente fuori dai giochi. L'intero cast scelto risponde alla grande, dai ruoli principali (i già citati Adorf, Celi, Silva e Strode) a quelli minori (Luciana Paluzzi - l'italiana Eva che fa da guida ai due killer americani - ; Franco Fabrizi - meccanico d'auto e venditore abusivo di armi - ), con la curiosità del cameo di un giovanissimo Renato Zero, nel ruolo di un hippy-contestatore dedito esclusivamente, come i suoi compagni, a feste, droghe e amore libero.
Altro elemento che differenzia questo film dal suo predecessore è la presenza di una lunga sequenza (quasi sei minuti) di inseguimento, prima in macchina e poi a piedi, con la celebre scena di Adorf aggrappato sul muso della macchina che percorre a tutta velocità le strade di Milano. I ricordi di chi ha girato la sequenza (che parte dai Navigli e finisce allo storico luna park delle Varesine) aggiungono ulteriormente fascino e ammirazione per questi artigiani del nostro cinema che fu, che giravano per strade trafficate senza autorizzazioni preventive, con una velocità di 16 fotogrammi, poi aumentata nel montaggio a 24.

Se la sfera politica è accantonata (tornerà in maniera deflagrante nel successivo Il boss), l'occhio del regista è invece sempre vigile sugli aspetti della società italiana del periodo, come nel caso del popolo dei contestatori o del fenomeno delle baby squillo, che oggi tanto indigna ma che, evidentemente, ha radici lontane e consolidate.
Sta anche in questo l'indiscusso talento di artisti come Di Leo: oltre al piacere di assistere a film eccezionali, girati con maestria, attori in parte e sorprendenti intuizioni tecnico-sceniche-narrative (nonchè, sia detto con simpatia, alle ricorrenti marchette per il bourbon J&B, l'acqua Pejo e il Fernet Branca) la visione dei suoi lavori permette sempre una stimolante comparazione tra quell'Italia e la nostra. 
Elemento che mette sullo stesso piano uno dei maestri del cinema di genere con i più stimati cineasti impegnati del periodo.

giovedì 5 aprile 2018

H.E.A.T. , Into the great unknown (2017)

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Non è certo da oggi che la Svezia, accantonati gli Abba, si è piazzata al centro della mappa del panorama metal mondiale. Tuttavia negli ultimi lustri il Paese della socialdemocrazia sta sfornando, al pari, c'è da sottolinearlo, del resto della Scandinavia, artisti, band e progetti a getto continuo.
Ma se la Norvegia continua a spiccare per il metal "marcio", in Svezia, a fronte di un'offerta ad ampio spettro di sottogeneri, la specializzazione sembra essere più quella del death melodico e del glam/AOR. Ed è proprio di quest'ultime particolari forme di rock melodico che fanno parte gli H.E.A.T., band che esordisce nel 2008 andando ad ingrossare la già cospicua corrente svedese di "hair" (volendo citare qualche nome, anche limitandoci agli ultimi anni, l'elenco non potrà che essere arrotondato per difetto: Hardcore Superstar; Backyard Babies; Treat; Crashdiet; Poodles; Crazy Lixx; Eclipse...) e che in pochi anni, in virtù di una produzione ispirata e ruffiana, ma mai stucchevole, ha convinto una fascia sempre più ampia di fan, vecchi e giovani, appassionati di hair-metal.

Questo Into the great unknown esce nel 2017 dopo che l'esistenza stessa del gruppo ha rischiato di essere messa in seria discussione a causa della fuoriuscita del chitarrista e compositore Eric Rivers, in line-up fin dagli esordi. Invece gli H.E.A.T. riescono a restare in carreggiata e producono un full lenght che, pur cominciando a mostrare aspetti più pop oriented nell'offerta musicale, fa segnare anche una positiva, differente consapevolezza compositiva, accompagnata comunque da una manciata di brani spacca culi in classico stile arena rock. Vanno indubbiamente catalogati sotto questa definizione Bastard of society; Shit city; Best of the broken e Eye of the storm, ma con un minimo di apertura mentale non si possono disprezzare nemmeno le variazioni sul tema rappresentate da Redefined o la ottantiana Time is on our side

Insomma, c'è di che tenere alta la gloria del metallo educato.

lunedì 2 aprile 2018

Monolith (2017)

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L'operazione Monolith viene realizzata attraverso una co-produzione italo-americana e consegnata nelle mani del giovane regista Ivan Silvestrini, che fino a quel momento, nella sua breve carriera, ha diretto solo pellicole di genere totalmente diverso (sentimentale/commedia). Il film è un progetto globale della casa editrice Bonelli che nasce prima come fumetto (dallo stesso titolo, ma definito "primo tempo") e poi, appunto, come produzione cinematografica ("secondo tempo").
La storia è quella di Sandra, giovane mamma di David, che si è lasciata alle spalle, non senza rimpianti, una carriera di cantante pop in un gruppo all female e che è spesso sola col figlioletto, visto che il marito continua invece a fare il produttore musicale di successo ed è sempre da qualche altra parte del Paese, alimentando la gelosia di lei.
Siccome sono imballati di soldi, invece delle classiche rose della colpa, lui le regala un'automobile sofisticatissima, dotata di un'intelligenza artificiale e di sistemi di sicurezza che nemmeno il Pentagono. Durante un banale viaggio per raggiungere la madre del marito assieme al piccolo David, Sandra, turbata da alcuni avvenimenti, provoca involontariamente la chiusura in modalità "bunker" dell'auto con dentro il figlioletto legato al seggiolino di sicurezza (e il proprio smartphone), su una strada isolata di tipo desertico. Da quel momento comincerà un'impari sfida essere umano-macchina per la sopravvivenza di David.

Diciamolo: salvata l'originale idea artistica di partenza, costruita sul binomio fumetto-cinema e il fatto stesso di girare una pellicola di questa natura, che magari in Spagna o in Francia sarebbe stata normale, ma che da noi esula completamente dai soliti, rassicuranti, binari produttivi, Monolith temo non riuscirà a farsi ricordare per molti altri aspetti.
Si tratta infatti del classico film nel quale, dopo cinque minuti, la protagonista ti viene subito in odio e il sentimento, con il passare del tempo e in relazione alle scelte che lei compie, non fa che peggiorare.
L'attrice protagonista Katrina Bowen, la cui carriera è contraddistinta da commedie demenziali e ruoli leggeri, non è in questo senso una scelta felicissima: considerato che Sandra sta sullo schermo il 99% della durata della pellicola, forse sarebbe stato meglio selezionare una interprete più abituata a certi canoni.
Il film, compresi titoli di testa e di coda, dura ottantatre minuti, in pratica come un pilot di una serie televisiva. E, ahimè, il livello qualitativo si attesta proprio su quello di una mediocre produzione per la tv americana via cavo.

Un mezzo passo falso, ma la strada è quella giusta. Non smettete di provarci.

giovedì 29 marzo 2018

Phil Campbell and the Bastard Sons, The age of absurdity

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Nel film Wacken 3D, girato nel corso dell'edizione 2013 del notissimo festival metal, Phil "Wizzo" Campbell, il più longevo chitarrista dei Motorhead (la sua permanenza nel gruppo comincia nel 1984 quando vi entra assieme all'altro axeman Michael Burston, portando per un periodo limitato la line-up della band a quattro, e si protrae fino al 2015), nel raccontare Lemmy Kilmster si lanciava in un pronostico tanto rock and roll quanto, purtroppo, infausto. Parlando del mitologico frontman dei Motorhead, infatti Phil sosteneva che: "è indistruttibile, se il mondo fosse spazzato via da una guerra nucleare, sopravvivrebbero solo gli scarafaggi. E Lemmy".
Oggi invece, all'alba del 2018, il buon Kilmster non c'è più (e con lui i Motorhead), mentre Wizzo se l'è cavata e tenta la strada autonoma, mettendo insieme una band dai connotati davvero particolari. Infatti, i Bastard Sons di cui alla ragione sociale sono davvero tre dei figli di Campbell (Todd,chitarra, Tyla,basso e Dane batteria) e vanno a costituire l'ossatura del combo, completato con il gallese Neil Starr (già negli Attack! Attack!) alla voce.
E The age of absurdity è un disco che più roccheroll non si può, con evidenti ed inevitabili rimandi ai Motorhead (Ringleader; Gypsy kiss; Dropping the needle), ma che non si fa mancare puntate nel moderno mainstream rock (Foo Fighters, Alter Bridge).
Insomma, quel già sentito che piace.

lunedì 26 marzo 2018

Auguri per la tua morte (2017)

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La giornata di Tree (Jessica Rothe) comincia come tutte le altre. In un letto che non conosce, dentro un dormitorio del suo campus universitario, senza memoria della serata precedente contrassegnata da bagordi alcolici. Insomma, l'ennesimo hangover di dimensioni cosmiche. Salutato freddamente il ragazzo, occasionale compagno di una notte, si avvia verso la dimora della propria confraternita. Nel tragitto che compie fino alla sua stanza, Tree ci viene subito mostrata come una stronzetta arrogante e superficiale, totalmente priva di affetti reali. Nonostante la ragazza non l'abbia detto a nessuno, in quel giorno ricorre il suo compleanno, celebrazione che, attraverso la sua compagna di stanza, viene divulgata a tutta la "sorellanza". La sera, recandosi ad una festa nel college, Tree viene inseguita da un individuo vestito di nero con il viso coperto dalla maschera della mascotte dell'università (una sorta di infante con un solo dente) che la pugnala a morte. Fine? No, perchè poco dopo Tree si sveglia nello stesso letto della mattina e rivive gli stessi medesimi avvenimenti. Le basta poco per capire che è intrappolata in un loop temporale che finisce sempre con il suo omicidio e che, forse, per uscirne (e sopravvivere), dovrà scoprire chi e perchè vuole ucciderla.

Che Jason Blum, produttore americano di horror a basso costo, abbia nel tempo sviluppato un invidiabile fiuto per le storie da trasportare sul grande schermo, è ormai un dato di fatto. La sua Blumhouse Production si è fatta carico di buona parte dei film di genere più interessanti degli ultimi lustri (Paranormal activity; Sinister; Le streghe di Salem; la trilogia de La notte del giudizio; Sinister) ma anche dell'ottimo Whiplash, fino ad arrivare all'Oscar 2018 per il miglior film indipendente, vinto per Scappa - Get out
Insomma, una sorta di nuovo re Mida del filone, che in qualche modo con il suo nome certifica un livello di qualità sempre medio alto delle produzioni.
La regola è rispettata anche per questo Auguri per la tua morte, horror movie non trascendentale ma sicuramente divertente, che definisco innocuo per l'assoluta mancanza di elementi marci/disturbanti e che si concentra più sul whodunit rispetto all'aspetto splatter (quasi del tutto assente). Brava la protagonista Jessica Rothe che in pratica si prende tutta la scena. 
L'idea di prendere lo spunto narrativo di Ricomincio da capo e girarlo in chiave horror è talmente esplicita che nelle ultime battute del film la circostanza viene addirittura citata da uno dei protagonisti.

giovedì 22 marzo 2018

Machine Head, Catharsis

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Tolto uno zoccolo duro di die-hard fans, saldati attorno ai Machine Head anche grazie agli straordinari live act offerti dalla band (l'inizio del tour di quest'anno ha battezzato la media di tre ore di show a serata), buona parte della critica negli ultimi anni ha cominciato ad imputare alla creatura del cantante chitarrista Rob Flynn di aver sviluppato una certa attitudine alla clonatura degli altrui brand musicali (Pantera su tutti).
Con Catharsis, nono titolo di una discografia iniziata nel 1994 col caposaldo Burn my eyes, Flynn pensa bene non solo di assecondare i suoi detrattori più accesi, ma addirittura di rafforzarne gli argomenti a sostegno delle critiche.
Catharsis si candida così al poco appetibile titolo di disco più ruffiano della storia del metal, con "ispirazioni" che spaziano su tutto l'arco costituzionale, dalla destra più becera alla sinistra radicale, senza negarsi anche qualche puntata nei gruppi extraparlamentari. Difficile capire cosa sia passato per la testa al leader dei Machine Head, considerato che, a prescindere dalle critiche di cui sopra, la sua è stata una carriera tutto sommato molto onesta, durante la quale la band si è costruita una solida reputazione tra il pubblico di genere, diversamente non sarebbe resistito a certi livelli per oltre un quarto di secolo.
E' legittimo pensare ad un tentativo in extremis di raggiungere un più ampio successo commerciale (obiettivo a quanto pare raggiunto), tuttavia le modalità scelte lasciano davvero basiti.
In questo moloch da quattordici tracce e settantacinque minuti di durata trovano posto riferimenti di tutti i generi, con composizioni in salsa Pantera (Volatile), nu metal, crossover (Triple beam), Linkin Park (Beyond the pale), ballatone simil grunge (Behind a mask), e finanche pezzi acustici in crescendo propri del combat folk (Bastards).
Il logico risultato di un'operazione di questo tipo dovrebbe essere il lancio del cd dal finestrino dell'auto in corsa, e invece, fatta la tara all'insincerità del lavoro, il mestiere, ahimè, a tratti paga e anche se il disco avrebbe beneficiato di una sforbiciata di almeno venti minuti, qualche melodia in testa rimane incastrata.


lunedì 19 marzo 2018

La forma dell'acqua

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Con La forma dell'acqua Guillermo Del Toro (regia, soggetto e sceneggiatura) compie ancora una volta un enorme, autentico, appassionato atto d'amore verso il cinema classico, infarcendo il suo ultimo film di elementi che richiamano le opere con cui è cresciuto, filtrate attraverso la classe e lo stile che lo rendono unico e restituite al pubblico.
Data la particolarità della storia, in mano ad un altro regista alcune sequenze avrebbero rischiato la comicità involontaria, e invece Del Toro, grazie ad una messa in scena elegante e una costruzione dei personaggi certosina, rende sempre fluida, naturale la sospensione dell'incredulità.
Nonostante l'handicap del doppiaggio (ma conto di rivederlo in originale), le prove attoriali sono emozionanti: la protagonista Elisa Esposito (interpretata da Sally Hawkins) si ritaglia un posto  nel cuore degli spettatori anche grazie ad uno script che evita di scivolare sui clichè della sua disabilità, dotandola di personalità, passione e, diciamo, esigenze pratiche comuni a tutti (le scene iniziali di lei nella vasca da bagno sono in questo senso un tocco di realismo apparentemente fuori posto nel contesto fiabiesco, e invece rappresentano un colpo di genio). Il suo unico amico e confidente Giles (Richard Jenkins - che per noi è sempre papà Fisher, il capofamiglia impresario funebre di Six Feet Under) è un altro character che sarebbe potuto uscire dalle opere di Billy Wilder, non si trattasse di un omosessuale represso e infelice.
Volendo trovare un difetto nelle prove attoriali, quella di Michael Shannon, interprete che adoro, è forse un pò troppo monodimensionale, i tic e lo stile del suo colonnello Strickland risultano già ampiamente visti, anche se non escludo l'intenzione del regista di rendere di proposito un personaggio con una modalità così "classica".
Ma il capolavoro che compie il film è quello di riuscire ad armonizzare in maniera incredibilmente naturale e spontanea tanti temi diversissimi tra loro con un'amalgama che fa tutta la differenza del mondo tra un mestierante ed un regista di talento. 
Partendo dall'amore dell'autore per la fantascienza dei cinquanta, e in particolare per Il mostro della laguna nera (di cui inizialmente Del Toro voleva girare il rifacimento), il regista costruisce una storia ambientata negli anni cinquanta che tocca disabilità, solitudine, discriminazione degli omosessuali, guerra fredda, spionaggio, arditi esperimenti scientifici, diversità e scelte esistenziali, attraverso un intero spettro di canoni cinematografici (fantascienza, dramma, romanticismo, thriller, spy story, musical). Il tutto con una leggerezza invidiabile, una messa in scena classicissima e una poesia che non lascia mai lo schermo, dai bellissimi titoli di testa alle ultime sequenze con la voce narrante.

The shape of water potrà anche essere accusato di essere il film più ruffiano e meno riuscito di Del Toro, e vivrà anche di tante imperfezioni, ma io ci ho visto un'opera incantevole che ti fa innamorare dei suoi personaggi, di una fotografia e di una messa in scena indimenticabile, in sintesi: del grande cinema.

giovedì 15 marzo 2018

Saxon, Thunderbolt

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Immarcescibili. Inossidabili. Imperituri. Per i Saxon si può tranquillamente utilizzare qualunque aggettivo che stia ad indicarne la longevità, a dispetto dei tempi e delle mode. Certo, ormai le band heavy metal che hanno debuttato nei settanta e che sono ancora in giro non si contano più, ma il combo dell'aristocratico frontman Byff Byford, pur non raggiungendo mai il successo planetario di colleghi come gli Iron Maiden e, in misura minore, dei Judas Priest (in uscita anche loro con una nuova release), hanno dalla loro, con ogni probabilità, la migliore reputazione possibile. Incarnano infatti il ruolo di autentici, granitici defenders of the faith, tra i pochissimi a non aver quasi mai derogato al credo metallico (al massimo qualche incursione nel glam/AOR, ma nella seconda metà degli ottanta era quasi impossibile non scivolarci sopra). I Sassoni sono soprattutto tra i pochissimi a non essere mai incappati in iato artistiche, macinando album su album, incuranti degli scenari musicali e delle stagioni che passavano, con una periodicità cronometrica, riuscendo a non fare mai passare più di tre anni tra un full-lenght di inediti e il successivo. Così facendo, dal 1979, anno di uscita del debutto eponimo, a questo Thunderbolt,  hanno messo in fila ben ventidue titoli.

Potrebbe bastare questa premessa per fare intuire il contenuto dell'ultimo lavoro del gruppo, e invece voglio evidenziare come, pur restando entro un perimetro stilistico limitato (heavy metal con qualche incursione nel power e nell'epic), il lavoro di songwriting e di composizione messo insieme in cooperazione da tutti i membri del combo riesce ancora una volta ad essere convincente e graffiante, con un crescendo che raggiunge a mio dire il suo acme a metà tracklist, con il mid-tempo a tinte gotiche Nosferatu (The vampire waltz), il doveroso saluto al sincero amico di una vita Lemmy e ai suoi Motorhead, They play rock and roll e Predator, un'inedita collaborazione con Johan Hegg, singer degli Amon Amarth, che con il suo growling introduce un elemento di novità, ben amalgamandosi con il cantato classico di Byff. Da segnalare anche un pezzo dedicato a quei soggetti, anche loro in parte mitologici, che accompagnano le band nei loro interminabili tour: Roadie's song

Come sempre, hats off for the Saxon!

lunedì 12 marzo 2018

La classe operaia va in paradiso (1971)


Primi anni settanta. Ludovico, detto Lulù (Gian Maria Volontè) è un operaio metalmeccanico appena trentenne. Reduce da un divorzio, vive con Lidia, anch'essa separata, e con il figlio di lei. Conduce un'esistenza sempre precaria dal punto di vista economico, zoppicante da quello della stabilità affettiva e incerta per l'aspetto della salute. In fabbrica però si trasforma in un drago. Oggi verrebbe definito il più performante di tutti i dipendenti: è l'indiscusso campione del cottimo, le sue prestazioni stabiliscono tempi di produzione e ritmi di lavoro a cui tutti devono adeguarsi, per questo è portato ad esempio dai capi ed, ovviamente, inviso agli altri colleghi. Vive una vita di totale indifferenza ai temi sociali, politici o sindacali. Tira dritto con la testa bassa per la sua strada di lavoro massacrante e straordinari per arrivare a fine mese ad una retribuzione decente, senza curarsi di niente e di nessuno. Tutto ciò fino a quando un grave infortunio sul lavoro non sconvolgerà la sua routine, obbligandolo ad un impietoso consuntivo della propria magmatica esistenza.

Tutti conoscono il titolo di questa seminale opera di Elio Petri, effettivamente geniale nella sua intuizione. Non sono invece convinto che lo stesso numero di persone, purtroppo, abbia poi effettivamente visto un film che, storicamente, vive di contraddizioni e paradossi.
Infatti, la pellicola, uscita nel 1971 poco dopo il varo dello Statuto dei Lavoratori (Legge 300 del maggio 1970), già solo dieci anni dopo risultava irrimediabilmente datata: nei primi ottanta, quando tutela dei lavoratori e potere sindacale si avvicinavano al loro zenith e la conquista di nuovi diritti sembrava inarrestabile, La classe operaia va in paradiso sembrava un reperto archeologico. 
Rivedendola oggi, l'opera di Petri, coadiuvato dal suo interprete feticcio Volontè (anche qui una superba lezione attoriale, è pleonastico ribadirlo), incredibilmente affronta quasi dei temi da instant movie. Certo, lo scenario dell'epoca era quello di una delle sterminate fabbriche metalmeccaniche onnipresenti sul territorio del nord Italia, mentre oggi gli stessi argomenti, ripresi paro paro se non peggiorati, sono presenti nei grandi centri logistici altrettanto preponderanti nei panorami che scorgiamo dal finestrino della macchina, ma per il resto, i ritmi di lavoro disumani, il cottimo, l'asticella della produzione sempre più alta, che caratterizzavano il lavoro dell'epoca, oggi hanno nomi più eleganti come l'algoritmo o il range, ma nel concreto si tratta di evoluzioni del cottimo. Non serve scandalizzarsi per il braccialetto inventato da Amazon, basta confrontarsi con un lavoratore dei magazzini che operano per i grandi colossi dell'e-commerce per sentirsi dire che, braccialetto o non braccialetto, i ritmi di lavoro ai quali sei quotidianamente sottoposto li puoi sostenere al massimo per tre-quattro anni, poi arriva inesorabilmente il crollo sia a livello fisico che mentale.

Tornando all'opera di Petri, il regista romano non si limita a mostrare il suo punto di vista sull'argomento fabbrica, ma accende un faro sulla società, e in questo senso lo smarrimento di Lulù, la sua alienazione, il percorso che compie a piedi, nel paesaggio inospitale e innevato che lo divide dalla fabbrica, tagliando in due i presidi, del sindacato confederale e dei più radicali studenti policitizzati, che chiamano schiavi gli operai, sembra quasi un viaggio epico, periglioso, che comunque Ludovico e i suoi colleghi compiono in maniera indifferente, rassegnata, apatica. In questo stato mentale, neanche l'avventura che il Massa si concede in auto con la giovane e avvenente operaia Adalgisa illumina l'esistenza del protagonista. Petri rende questo atto in maniera fredda, spogliato di ogni scintilla di trasporto o passione, consumato come si consumano caffè e sigaretta ai distributori automatici, nelle pause rubate al controllo dei capi reparto. 
A rivelare il profondo stato di alienazione del Massa anche la sua vita familiare, le cene nella penombra della cucina illuminata solo dal bagliore della televisione con una compagna (Mariangela Melato) a pretendere attenzioni che il guscio vuoto in cui si tramuta Ludovico, una volta fuori dalla fabbrica, non è in grado di concedergli.

Lo sa, Lulù, che bisogna tenere sempre la testa bassa e continuare a lavorare, senza concedersi slanci o sognare un'esistenza migliore, perchè quando lo si fa, il risveglio della realtà sarà più doloroso di un'intera esistenza di fatica e rassegnazione. Ribellandosi alla "macchina", Lulù riceverà proprio questa tremenda lezione, e quando sarà reintegrato al proprio posto di lavoro, lo smarrimento che vediamo sul suo volto rappresenta il tradimento subito da un'intera generazione.

venerdì 9 marzo 2018

MFT, Gennaio Febbraio 2018


ASCOLTI

JD McPherson, Undivided heart and soul
Jack Russell's Great White, He saw it coming
Converge, The dusk in us
Parkway Drive, Horizons
Mr Big, Defying gravity
Brian Fallon, Sleepwalkers
The Night Flight Orchestra, Amber galactic
Machine Head, Catharsis
Saxon, Thunderbolt
Phil Camblell and the Bastards Sons, The age of absurdity
Phil H. Anselmo and the Illegals, Choosing mental illness as a virtue
Starcrawler, ST
Carl Brave x Franco126, Polaroid
Tyler Childers, Purgatory
AA/VV, 30 years of Nuclear Blast
H.E.A.T., Into the great unknown
Hardcore Superstar, The party ain't over til' we say so



VISIONI

M - Il mostro di Dusseldorf
Sciopero!
Fahrenhait 451
Allied
L'uccello dalle piume di cristallo
L'ombra del sospetto
E tu vivrai nel terrore... L'aldilà
Logan
Clerks
Il poliziotto è marcio
Grindhouse: Planet terror
Todo Modo
L'ora legale
La classe operaia va in paradiso
This must be the place
La polizia ringrazia
La zona morta
Hooligans
Il gatto a nove code
Vestito per uccidere
Essi vivono
Tenebre
L'uomo senza sonno
Driver l'imprendibile
Demoni
La maschera del demonio (Mario Bava)
Cosmopolis
L'ombra del dubbio (Hitchcock)
Trainspotting 2
Reazione a catena (Mario Bava)
Dark Shadows
The Black Dahlia
Sleepless, Il giustiziere
Monolith
Black Panther


LETTURE

Paul Auster, 4321
George Saunders, Lincoln nel bardo

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mercoledì 7 marzo 2018

Black Panther


Da qualche anno le produzioni cinematografiche della Marvel hanno preso una piega imprevista ma assolutamente intrigante: laddove i progetti legati ai nomi dei personaggi più noti (Fantastici Quattro, Hulk, Devil, lo Spider-Man post Raimi) hanno arrancato nel gradimento del pubblico e della critica, characters fin qui del tutto marginali hanno invece fatto letteralmente il botto. Super-eroi "di riserva" come Ant-Man, Deadpool o i Guardiani della Galassia sono stati protagonisti probabilmente delle migliori trasposizioni Marvel di sempre. Perchè allora non provare con un altro eroe minore dello sconfinato portfolio del mitico duo Stan Lee/Jack Kirby?

Cinematograficamente parlando, Pantera Nera (Black Panther) era stato introdotto in Civil War, l'ultimo film degli Avengers, dove avevamo assistito all'uccisione causata da un attentato terroristico del primo Black Panther, l'anziano re del Wakanda T'Chaka e di come il figlio T'Challa (interpretato da Chadwick Boseman) ne abbia preso posto e costume. In questo film assistiamo ad una premessa collocata in America nel 1992 che condizionerà gli eventi futuri. Tornando ai giorni nostri, T'Challa viene ufficialmente incoronato successore al trono del Wakanda, uno stato che decenni prima aveva scoperto di avere un'enorme ricchezza nel sottosuolo (un metallo chiamato vibranio) e aveva però deciso ti tenere il mondo all'oscuro di questa preziosa risorsa. Così, mentre il Paese è diventato ricchissimo e tecnologicamente talmente all'avanguardia da essere un passo avanti nel futuro, agli occhi esterni il Wakanda appare come uno dei tanti poveri Stati africani. Il vibranio è però oggetto del desiderio di molti, dalle organizzazioni criminali alla Cia, e questo, unito al desiderio di vendetta di Killmonger (Michael B. Jordan, già la Torcia Umana nel reboot dei Fantastici Quattro e il figlio di Apollo in Creed di Stallone), per i fatti narrati in premessa, condurrà il Paese ad una guerra civile, e T'Challa ad una situazione drammatica.

Lo dico subito: Black Panther non è, come da molti, soprattutto oltreoceano, affermato, il "miglior film Marvel di sempre". A mio avviso non ci si avvicina nemmeno. La dinamica della storia è assolutamente prevedibile e in linea con la maggior parte dei film di genere, con l'aggravante che, da spettatore, si parteggia senza esitazione per i villains (oltre a Killmonger, un irresistibile Klau - l'attore Andy Serkis - ). Le spezie che dovrebbero insaporire il plot sono inefficaci in quanto avare di sapore: un pò di Shakespeare nei rapporti familiari, una spruzzata di questione razziale, orgoglio nero quanto basta, qualche metafora sulle risorse minerarie africane sfruttate dall'occidente, un pizzico di riflessione sulle diseguaglianze in (ipocrita) salsa disneyana. Effetti speciali e computer grafica nella norma, scene d'azione ormai consolidate. 
Insomma un film semplicemente piacevole, confezionato con una ruffianeria verso gli afroamericani che dovrebbe irretire. E invece, da Kendrick Lamar che cura la colonna sonora, a chi ci vede i semi della rinascita della blaxpotation (come se, dal punto di vista di cultura pop, Black Panther sia il nuovo Superfly o il moderno The harder they come) a quanti gli attribuiscono il rilancio della moda etnica africana, sono tutti lì a spellarsi le mani.
Il tempo ci dirà. Gli incassi intanto assicurano sequel plurimi.