giovedì 21 settembre 2017

George Thorogood, Party of one


Torna alle origini del blues, George Thorogood. Non sarebbe una novità per il diversamente giovane (il prossimo febbraio compirà sessantotto anni) del Delawere, se non fosse che questa volta, a differenza dei tanti tributi ai grandi del genere incisi senza soluzione di continuità già a partire dal debutto del 1977, l'artista si sia totalmente immedesimato nei panni dei bluesman più genuino: quello che si esibiva in strada con la chitarra attaccata ad un piccolo amplificatore, coadiuvato qua e là da un'armonica o dalla sola grancassa, intrattenendo passanti e turisti: da qui l'efficace titolo di Party of one.
L'attacco, e viene da dire non potrebbe essere altrimenti, è per Steady rollin' man di Robert Johnson e subito le carte vengono girate sul tavolo, non c'è trucco non c'è inganno, solo la quintessenza del blues proposta da uno che ne ha fatto la sua ragione di vita.
La lista degli autori scelti per compilare il disco, se da una parte non rivela grosse sorprese, con John Lee Hooker (Boogie chillen; The hookers, One bourbon, one scotch, one beer), Elmore James (Got to move; The sky is crying) e Willie Dixon (Wang dang doodle) a pretendere il loro tributo di sangue, dall'altra rivela la passione di Thorogood per il country/folk più tradizionale, con riproposizioni di Hank Williams (la bellissima e straziante Picture from life's other side); Gary Nichols (Soft spot, da repertorio di Johnny Cash), John Loudermilk (Bad news, che invece del repertorio di Cash lo è davvero stata). 
Non si può che apprezzare anche l'implicito ringraziamento che George fa al lavoro di rilancio del blues da parte di due icone musicali dello scorso secolo che rispondono a nome di Bob Dylan (Down the highway) e Rolling Stones (l'indimenticabile No expetactions, da Beggars Banquet del 1968). 
 
Party of one di Thorogood mi ha ricordato certe operazioni di Neil Young (lo strepitoso Le noise, la più recente) dove si fatica a ricondurre le composizioni agli esiti intimistici e introspettivi normalmente derivanti da opere per solo voce e chitarra. A dimostrazione che non sempre lavorare per sottrazione tolga ritmo e saturazione sonora al risultato finale. 
Poi certo, aiuta chiamarsi George Thorogood.

lunedì 18 settembre 2017

Il maledetto United (2009)


E' dannatamente difficile rendere lo sport sul grande schermo. Ad eccezione della boxe, alla quale è riservata una vastissima e spesso ottima filmografia, le altre discipline arrancano nel trasmettere il realismo e la passione che le contraddistinguono. Il calcio non fa eccezione, anzi, il calcio in primis, nonostante sia, soprattutto nel vecchio continente, uno degli sport da sempre più seguiti,  raramente è stato mostrato in maniera efficace e quando è successo (Fuga per la vittoria, il bellissimo Febbre a 90°, il nostrano Italia - Germania 4-3) è stato messo al servizio di una storia più ampia.

In questo non esaltante scenario risalta Il maledetto United del regista Tom Hooper, che racconta i quattro mesi in cui l'allenatore Brian Clough (interpretato da Michael Sheen) ha disastrosamente allenato l'allora top team inglese Leeds United. Clough arrivava dal miracolo Derby County, squadra che ha portato dagli ultimi posti della Seconda Divisione inglese fino alla promozione in Prima Divisione e poi alla conquista del titolo. Nonostante un allontanamento burrascoso dal club dello Yorkshire, viene chiamato ad allenare il prestigioso Leeds, rimasto orfano dello storico allenatore Don Reavie (lo spettacolare Colm Meaney) passato alla guida della nazionale inglese.
Brian Clough è un allenatore tanto dotato, innovativo, tenace quanto ambizioso e arrogante. Il primo ad usare i media come proprio megafono e a puntare molto più sull'aspetto motivazionale nel rapporto coi suoi giocatori che sulla tattica (giusto per dire che Mourinho tutto sommato non ha inventato niente di nuovo).

La pellicola si gioca tutto su due rapporti personali, quello con il fido vice Peter Taylor (il grande caratterista Timothy Spall), che bilancia e completa, anche caratterialmente, Clough, e l'accesa rivalità con l'ex allenatore del Leeds, Don Reavie, personaggio spigoloso che predilige il gioco "maschio", duro e sleale. La narrazione procede su due binari: il presente (1974) e quello collocato sei anni indietro, a ricostruire la genesi dell'arrivo di Clough a Leeds. La ricostruzione dell'Inghilterra dell'epoca è molto calibrata, non potendo probabilmente contare su grandi budget, la fotografia si concentra su singoli edifici, squarci e interni, risultando comunque suggestiva ed efficace. Le riprese di gioco girate appositamente sono ridotte al minimo necessario, si ricorre ad immagini d'epoca o a stratagemmi riusciti, come quello di Clough che segue la partita dagli scalcinati spogliatoi del Derby, con le strette vetrate opache che rimandano l'ombra degli spettatori e i rumori dagli spalti a sottolineare il corso della partita.

Film da vedere, non tanto dagli ultras del calcio, ma dai veri appassionati di questo sport, che hanno l'occasione di conoscere un mito del football inglese (Clough dopo l'esperienza negativa al Leeds raggiungerà risultati sportivi tutt'oggi ineguagliati alla guida del Notthingam Forest), tra i pochi del mondo ignorante del football ad essere ricordato anche attraverso le sue citazioni, e che ha avuto anche modo di incrociare la sua lingua tagliente con l'Italia e la sua stampa, quando nel 1973 si lamentò dell'arbitraggio di una semifinale d'andata di coppa U.E.F.A. contro la Juventus, arrivando a denunciare che la società bianconera avesse pagato l'arbitro. Per la cronaca, nella partita di ritorno, che decretò l'eliminazione del Deby County dalla competizione, l'arbitro designato, il portoghese Marques Lobo inoltrò un esposto alla federazione proprio per un tentativo di corruzione subito dalla Juventus.
Un film che ci riporta ad un calcio d'altri tempi: brutto, sporco e cattivo, ma maledettamente affascinante, nel quale un personaggio come Brian Clough risplendeva come una supernova.

giovedì 14 settembre 2017

I migliori della vita: John Coltrane, My favorite things (1961)


Il mio tentativo di appassionarmi alla musica jazz nasceva, prima ancora di ogni altro aspetto sonoro, dall'enorme fascino che quel mondo ha sempre esercitato nei miei confronti. Infatti, il jazz è l'unico caso in cui sono arrivato ad un genere musicale non attraverso l'ascolto, ma dalla lettura delle gesta dei suoi autori. Due, i testi per me fondamentali: l'autobiografia di Miles Davis, tomo irrinunciabile per qualunque appassionato non solo di arte ma anche di storia e società USA, e quella di Charles Mingus, anche qui un pezzo di epopea del popolo afroamericano condito da tanta pulsione sessuale alternata occasionalmente da qualche aneddoto musicale.
Purtroppo la passione vera per questo genere non è mai deflagrata, nonostante mi sia procurato, nel tempo, una trentina di album "obbligatori", cercando di approfondire i diversi stili e sottogeneri che si sono susseguiti soprattutto dagli anni venti ai primi settanta, dalle big band fino alla fusion.
 
Dovessi fare un consuntivo, ci sono però due album che sono entrati a far parte del mio bagaglio culturale ed emotivo al pari, chessò, di Darkness on the edge of town di Springsteen, London Calling dei Clash, Vulgar display of power dei Pantera, Highway 61 di Dylan o If I should fall from grace with god dei Pogues.
Sto parlando di Kind of blue di Miles Davis e My favorite things di John Coltrane. 
Considerando che Coltrane è anche figura portante del personnel del disco di Davis, risulta evidente quanto sia centrale, nel mio avvicinamento al jazz, questo enorme personaggio.
 
My favorite things è stato pubblicato a marzo del 1961 in un momento speciale di ispirazione per Coltrane (solo un anno prima era stato pubblicato Kind of blue), che si è liberato dalla scimmia dell'eroina, ha trovato la fede e dedica quasi ogni momento della giornata a suonare, cercando di superare costantemente i suoi limiti.
Come nella collaborazione con Davis, anche My favorite things è suonato nello stile modale, ed è sorretto da quattro composizioni, rielaborazioni di tracce che nel tempo sarebbero diventate standard assoluti e irrinunciabili, patrimonio non solo del jazz ma, erga omnes, di tutta la musica.
 
La title track, deputata ad aprire il lavoro, è un autentico capolavoro. A ragione si può parlare, riferendosi al jazz, di un prima dell'interpretazione di My favorite things e di un dopo, completamente differente.
Il pezzo è sostenuto da un pattern monumentale eseguito da John che, per come si imprime nel cuore, nella pancia e nel cervello, è quanto di più simile ad un riff di un brano blues, rock o heavy. Il tema portante rimbalza tra sax di Trane e piano di McCoy Tyner: si attorciglia, si perde tra le altre note, assottigliandosi fino quasi a scomparire, per poi risalire prepotentemente ad esplodere, in un caos calmo inebriante. My favorite things dura tredici minuti e quarantuno secondi e non c'è nemmeno una frazione di tempo di troppo, anzi, vorresti che ne durasse il doppio. Considerazione non insignificante, se sostenuta da uno come il sottoscritto che notoriamente non ama le lunghe suites strumentali. 
Coltrane, come Hendrix, va oltre la mera riproposizione di un brano di altri, lo reinventa donandogli l'immortalità. E se nutrite perplessità, confrontate l'originale canzoncina in stile Disney (composta da Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II per Tutti insieme appassionatamente) con la rielaborazione di Coltrane e, se non siete sordi, traetene le conseguenze.
La magia dell'ispirazione divina di quei giorni pervade anche il resto del lavoro, con Everytime we say goodbye di Cole Porter (ripresa con successo negli ottanta dai Simply Red) e due pezzi di Gershwin: But not for me e Summertime, il suo brano più iconografico e reintrepretato di sempre (Ella Fitzgerald & Louis Amstrong, Miles Davis, Doc Watson, Janis Joplin e un'infinità di altri)  a comporre un'affascinante affresco che non perde nulla della sua abbacinante bellezza a quasi sessant'anni di distanza.
 
My favorite things non è un disco di cui vantarsi perchè "fa curriculum". E' un'opera che contribuisce a rendere migliore la razza umana.

lunedì 11 settembre 2017

Dunkirk


ATTENZIONE! POTREI SPOILERARE

Me la potrei cavare facilmente: su Dunkirk c'è poco da raccontare, va solo visto.
Sarebbe una soluzione furbetta, ma tutto sommato non così subdola, visto che Christopher Nolan, a quanto pare, avesse intenzione di girare il film senza l'ausilio di una sceneggiatura e che solo a fronte dei problemi incontrati (evidentemente anche ad un regista in odore di santità la produzione può negare qualcosa) alla fine abbia preparato uno script tra i più brevi di sempre (settantacinque pagine) per dare alla potenza delle immagini il ruolo di comunicatore assoluto che, nell'idea del regista di Inception, meritavano.

La storia riprende dei fatti misconosciuti fuori dalle latitudini britanniche, ma motivo di smisurato orgoglio inglese. Tra il maggio e il giugno del 1940, all'inizio della seconda guerra mondiale, l'esercito di Sua Maestà (circa quattrocentomila soldati) resta intrappolato sulla spiaggia di Dunkirk, nel nord dell'alleata Francia, con l'avanzata a tenaglia dei nazisti che gli impedisce di rinculare verso la terra e i bassi fondali del mare che rendono impossibile l'attracco delle navi per portarli in salvo.
Il film riporta gli eventi della settimana decisiva per la sorte dei soldati, attraverso tre linee temporali sfasate che si concentrano sugli avvenimenti di mare, cielo e molo.

Nolan gigioneggia senza rivali in questa produzione da cento milioni di dollari (che ne ha già incassati quasi cinque volte tanto), portando a casa un risultato che visivamente ha davvero pochi eguali. Elementi quali una fotografia fredda, metallica resa attraverso luci filtrate, opache, un montaggio che accelera e rallenta, assecondando opportunamente le varie fasi della narrazione, il sonoro realistico, devastante, con i rumori dell'artiglieria e delle bombe spesso a coprire i dialoghi in uno sfoggio di realismo mai fine a sé stesso, vanno a comporre l'insieme di una rappresentazione imponente per la quale servirebbero un paio di occhi aggiuntivi a quelli in dotazione per cogliere appieno le immagini che passano sullo schermo.

Poi ci sono le sequenze di massa, con i soldati sulla spiaggia divisi in file ordinate come dita di una mano che si tendono disperatamente verso il mare, periodicamente dispersi dai raid nemici per poi radunarsi di nuovo e attendere la salvezza dal mare, o la battaglia nei cieli tra gli spitfire inglesi, orgoglio nazionale, e la luftwaffe nazista, che garantisce un livello di immedesimazione da realtà virtuale. Semplicemente meravigliosa la scena finale con lo spitfire inglese superstite che, rimasto senza carburante, incomincia una lenta e lunghissima planata a motori spenti, accompagnata da un irreale silenzio, che lo porterà ad atterrare tra le mani dei nemici, su una spiaggia di Dunkirk ormai abbandonata dai soldati inglesi. Suggestiva invece l'autocitazione che si concede Nolan nell'inquadratura degli elmetti dei soldati inglesi abbandonati sulla spiaggia, a rievocare la distesa di cilindri nel bosco di The prestige.

Ecco, se vogliamo sollevare delle critiche, che non si cerchi nella pellicola una particolare caratterizzazione dei personaggi (quasi totalmente assente) o la ricchezza dei dialoghi, d'altro canto le intenzioni del regista di ridurre al minimo quel tipo di linguaggio e puntare tutto sulla resa visiva erano dichiarate e la magnificenza del risultato finale dà fragorosamente ragione a Nolan. Allo stesso modo possiamo sorvolare su anche alcuni scivoloni di retorica patriottistica (quasi tutte le linee di dialogo del Comandante Bolton/ Kenneth Branagh), un pò fuori luogo con il realismo (non avevo mai visto prima un film di guerra in cui un soldato, dopo aver rischiato di morire sotto il fuoco nemico, una volta in salvo, si cala i pantaloni per defecare) e la modernità dell'opera. 
Il film è ovviamente di taglio corale, con la scelta di occultare il ruolo degli attori più noti, come nel caso di Tom Hardy, i cui pochi secondi di inquadrature del viso riescono comunque a diventare tra le cose più emozionanti della pellicola.

Dunkirk è assolutamente da vedere, e se possibile da vedere all'Arcadia di Melzo, unica sala in tutta Italia ad avere la tecnologia per proiettarlo a 70 mm, dunque nella modalità artistiche voluta da Nolan.
Per una volta invece non indispensabile la visione in lingua originale (divenuta ormai la mia ossessione), visti i dialoghi ridotti davvero all'osso.

giovedì 7 settembre 2017

Chuck Berry, Chuck


Forse se la sentiva Chuck Berry. Non che sia poi così paranormale che a novantanni suonati uno cominci a pensare che la fine potrebbe anche arrivare da un giorno all'altro. Sta di fatto che ha ben poco di casuale la coincidenza che uno degli artisti più influenti in ambito di musica popolare del novecento, dopo quasi trent'anni dal suo ultimo disco di inediti (Rock it, del 1979), si rimetta al lavoro giusto in tempo per completare un album, ma purtroppo non per vederlo distribuito, visto che la sinistra mietitrice lo coglie a marzo , tre mesi prima della release programmata.
Chiariamo subito che Chuck, il ventesimo album dell'uomo di St Louis, non ha niente a che vedere con quel senso di fine imminente che comunicava ad esempio David Bowie con il suo Blackstar, ma d'altro canto, se per impatto sulla cultura moderna i due sono ampiamente assimilabili, diverso è il discorso artistico, con il Duca Bianco sempre a reinventarsi e l'ideatore del duck walk fermo come una roccia sulla sua roba. 
Anche nell'ultima parte della vita di Berry è infatti mancata la svolta artistica che hanno avuti altri grandi vecchi (su tutti Johnny Cash sotta la guida di Rick Rubin), non è dato sapere se a causa del proverbiale caratteraccio del nostro che rendeva quasi impossibile qualunque collaborazione (chiedere per conferma a Keith Richards per i lavori di produzione del film Hail Hail Rock and roll)  o se per il suo altrettanto leggendario orgoglio, che lo vincolava strenuamente al genere che aveva inventato.
 
Per tutte queste ragioni Chuck è un disco che resta saldamente incardinato sui binari dell'arte dell'autore di You never can tell, fuggendo anche dalla facile tentazione di poggiarsi troppo su prestigiose ospitate. Vi troviamo infatti i soli Tom Morello e il promettente Nathaniel Rateliff, a coadiuvare il nostro su Big boys, oltre ad un'altro bel prospetto: Gary Clark jr che presta la sua chitarra all'opener Wonderful woman. Questi due brani sono tra gli highlight del disco, insieme al languido swing di You go to my head, interpretata a due voci con Debra Dobkin. 
Impressiona come la voce di Chuck Berry non mostri il segno degli anni, a differenza degli altri vecchi musicisti suoi coetanei dai cui lavori emergono tutte le cicatrici del tempo e i dovuti affanni dell'età (elemento per inciso che per il sottoscritto è carico di fascino). La traccia che lascia maggiormente trasparire la carta d'identità è anche quella più spiazzante e sperimentale, che spunta all'improvviso sulla fine del disco: in Dutchman infatti ascoltiamo uno spoken con la voce ben sopra agli strumenti che la accompagnano tessendo un intreccio bluesy asciutto e concentrico. Fanno sorridere invece i self-mockbusters Lady B. Goode e Jamaica moon, che rimandano esplicitamente a due pezzi storici del repertorio di Berry (ovviamente Johnny B. Goode e Havana moon). 
 
"Chuck" non suona come un testamento musicale, ma come un disco che richiama i precedenti e che avrebbe fatto da ponte con i successivi. In questo senso un disco ordinario. Ma un disco ordinario di Chuck Berry, perdiana, è sempre qualcosa da ascoltare. 

martedì 5 settembre 2017

Fortynine

Will Freeman, il nullafacente protagonista del romanzo di Nick Hornby Un ragazzo, misurava la durata della giornata in segmenti di micro attività, come l'appuntamento fisso con un programma televisivo, o altre amenità del genere.
Io, da ragazzo, nel periodo di massima passione calcistica, lavoravo su una scala più ampia ma con un metodo non troppo dissimile: pensavo infatti all'età che avrei avuto in relazione ai futuri campionati mondiali di calcio, che come noto, si succedono ogni quattro anni.
Dopo la vittoria al mundial di Spagna del 1982 mi spaventava ad esempio constatare che per vedere i mondiali di calcio del 1990 avrei dovuto attendere di avere ben 22 anni. Oggi, se dovessi usare questa misurazione dovrei inserire anche l'incognita dell'aspettativa di vita, pensando alla massima manifestazione calcistica che si svolgerà in Quatar nel 2022 o addirittura a quelle successive.
Di conseguenza, non ci penso più. Così come non penso più a come mi figuravo i trentenni, i quarantenni e i cinquantenni quando avevo molti anni di meno. Viverla è tutta un'altra cosa rispetto ad osservarla in vitro.  
Ebbene sì, confesso che invecchiare mi pesa.
Il programma di running che svolgo ogni agosto nella pausa estiva del calcetto quest'anno è stato faticosissimo e ha richiesto una forza di volontà supplementare rispetto a quella, già notevole, applicata in passato. E gli esperti che mi circondano mi dicono che d'ora in poi sarà sempre peggio. Va da sé che non ho mai avuto un grande fisico, ma insomma.
Che sono diventato fifone e ipocondriaco l'ho già confessato in altri post per cui, dài, la chiudo qui, festeggiando in tono dimesso l'ultimo anno della fascia dei 40 che comunque, per inciso, mi accompagnerà fino a tutto il prossimo mondiale di calcio di Russia.
 

lunedì 4 settembre 2017

Eternal sunshine of the spotless mind (2004)


Se dovessi compilare una lista di film visti nelle condizioni peggiori, vale a dire già iniziati, mollati prima della fine, infarciti di pubblicità o seguiti distrattamente, Eternal Sunshine of the spotless mind, fino a poco fa sarebbe stato nella top five. 
E l'attenzione è invece un aspetto fondamentale per quest'opera girata da Michel Gondry su un soggetto di Charlie Kaufman. Anche se alla fine tutto torna infatti, i vorticosi flashback e flash forward che costituiscono l'ossatura a spirale della narrazione richiedono una buona predisposizione ad un cinema fuori dagli schemi oltre ad invitare, perchè no, a visioni plurime della pellicola.

La trama vede Joel Barish/Jim Carey e Clementine Kruczynski/Kate Winslet incontrarsi e conoscersi occasionalmente su un treno diretto alla località turistica di Montauk, che lui ha preso al volo colto da un improvviso ed irrefrenabile impulso. I due, diversissimi tra loro: lei istintivamente socievole e un pò freak, lui riservato e chiuso in sé stesso, in realtà hanno avuto una relazione duratura che è entrata in crisi e che ha portato prima Clementine e poi lo stesso Joel a decidere di farsi rimuovere completamente i ricordi del partner dal tessuto cerebrale, attraverso una procedura resa possibile nella società descritta dal film.

Lo script di Kaufman gioca molto con il sogno e il subconscio, arrivando a fornire allo spettatore anche una chiave di lettura dell'effetto mnemonico chiamato deja vu. Ma a un livello più concreto mostra senza ipocrisia la parabola di una storia d'amore che appassisce, con tutto il suo corollario di cattiverie e meschinità che gli amanti si scambiano quasi con indifferenza. La relazione viene mostrata a partire dalla fine, cioè partendo da una brutta litigata che ne decreta la conclusione (con la sequenza memorabile della strada e dei negozi che cambiano continuamente, così come la direzione in cui corre Joel mentre rincorre Clementine) andando all'indietro fino al giorno in cui i due si sono conosciuti e innamorati. Il film tocca le corde più sensibili del nostro animo: i ricordi, la memoria, le cose che custodiamo gelosamente nella nostra mente insieme a quelle che vorremmo dimenticare, andando a formare un quadro d'insieme emotivamente esplosivo. Non solo, Eternal spotless è anche un film sulle scelte che ci hanno condotto a ciò che siamo, a quelle sliding doors esistenziali che hanno incanalato la nostra vita in un senso o in un altro.
La nostra scelta di cancellare i ricordi più dolorosi è il prodotto di fantasia di una incapacità reale di affrontare sofferenza e struggimento, l'inadeguatezza che ci porta ad assumere medicine per ogni malessere, fisico o psicologico, è la stessa che ci porta ad affidare gli aspetti più preziosi e delicati della nostra vita ad una manica di cialtroni che piallano i bellissimi spigoli di anni di ricordi con la stessa cura usata da chi passa la giornata a mettere timbri all'ufficio del catasto.

Una delle scelte embrionali vincenti di Eternal sunshine of the spotless mind è la decisione di ribaltare i characters abituali dei due attori protagonisti. Così il ruolo dell'imprevedibile e un po' fuori di testa passa a Kate Winslet mentre quello del malinconico e insicuro a Jim Carey. Entrambi gli attori tirano così fuori una delle prove migliori della loro intera carriera. E se la Winslet non è certo nuova a ruoli superlativi, lo stesso non era scontato per l'ex Ace Ventura, qui misurato e introspettivo come mai prima (ne dopo).
Anche dal punto di vista tecnico le peculiarità del film sono notevoli, visto che il regista Michel Gordy decide di non avvalersi del blue screen e di lavorare invece direttamente sulle riprese, usando tecniche analogiche e artigianali efficacissime, e ricorrendo solo occasionalmente alla computer grafica (la "pioggia" di auto).

Clamorosamente disonesta e ingannevole la traduzione in italiano del titolo (Se mi lasci ti cancello) che svilisce la citazione letteraria di Alexander Pope ("How happy is the blameless vestal's lot! The world forgetting by the world forgot. Eternal Sunshine of the spotless mind! Each pray'r acceptedand each wish resign'd" / "Com'è felice il destino dell'incolpevole vestale! Dimentica del mondo, dal mondo dimenticata. L'eterno splendore di una mente immacolata! Accettata ogni preghiera e rinunciato ad ogni desiderio") tentando di spacciare un film d'autore per una delle tante commediole demenziali. 

Eternal sunshine of the spotless mind commuove, diverte, fa riflettere ed arriva a spaventare. Il tutto all'interno di una confezione stilistica cinematograficamente eccellente. Un recupero essenziale per chi, come me, l'avesse perso o trascurato.

sabato 2 settembre 2017

MFT luglio/agosto 2017

ASCOLTI

Steve Earle, So you wannabe an outlaw
Chuck Berry, Chuck
John Mellencamp, Sad clowns and hillbillies

Little Steven, Soulfire
Bob Wayne, Bad Hombre
Avatarium, Hurricanes and halos
Ye Banished Privateers, First night back in port
George Thorogood, Party of one
Old Crow Medicine Show, 50 years of Blonde on blonde
Alice Cooper, Paranormal
Joy Division, Transmission
Chaka Khan, Best of

Monografie

The Pogues - Outtakes & cover

LETTURE

Italia odia. Il cinema poliziesco italiano, Roberto Curti
Zero zero zero, Roberto Saviano

VISIONI SERIALI

Il trono di spade, 7
The leftovers, 3


giovedì 31 agosto 2017

Alice Cooper, Paranormal


Alice Cooper è balzato in cima alla lista di artisti che si sono guadagnati sul campo la mia stima perpetua dopo un concerto, quello in cui ha aperto per i Motley Crue, nel quale la sua classe, le sue doti di entertainer e il suo leggendario repertorio hanno abbagliato tutti i presenti. E pensare che fino a quel momento lo consideravo un mezzo fenomeno da baraccone che ormai aveva sparato da decenni le cartucce migliori. E' proprio vero che i musicisti devi vederli dal vivo per giudicarli.
Nel corso di quest'anno il quasi settantenne rocker (nasce a Phoenix nel febbraio del 1948) rilascia Paranormal, il ventiseieseimo album della sua carriera, filosoficamente nel solco, e lo si capisce fin dalla copertina, della cifra stilistica da lui stesso plasmata.
Sono sufficienti le atmosfere della title track che apre il lavoro per essere infatti proiettati nel mondo oscuro e gotico di Alice: il pezzo, scritto assieme a Roger Glover dei Deep Purple, che vi suona anche il basso, è una mini suite orrorifica di poco più di quattro minuti, divisa in due movimenti, che si cristallizza tra le cose migliori del disco.
Così come svetta il mood ai limiti dello stoner di Fireball, il puro ZZ Top boogie rock di Fallen in love (ospitata di Billy Gibson on guitar) e il soul-rock festaiolo con corredo di fiati di Holy water. Mettiamoci poi una Paranoiac personality così legata alla tradizione sonora di Cooper da risultare quasi un auto plagio (di Go to hell) e la sorprendente conclusione pinfloydiana di The sound of A e il piatto è servito.
Oltre agli ospiti già citati, sono della partita il produttore e musicista Bob Ezrin e il batterista degli U2 Larry Mullen jr (che suona in nove brani su dieci).
La tracklist di dieci pezzi, per un totale di meno di trentacinque minuti di durata, è dosata e bilanciata alla perfezione, anche se c'è in giro la solita deluxe edition con due bonus tracks e una manciata di pezzi storici dal vivo.
Un disco indubbiamente di mestiere, ma a cui non manca però una dose non comune di orgogliosa dignità.

lunedì 28 agosto 2017

L'ultima parola (2015)


Ci sono film il cui messaggio ha una valenza tale da superare anche la qualità artistica dell'opera stessa. Vicende che è doveroso riportare alla memoria collettiva non solo per restituire, anche se parzialmente, dignità e giustizia a chi ha subito tremende oppressioni, ma anche per ricordare i danni che da sempre la limitazione delle libertà individuali, giustificata con il patriottismo più becero, hanno prodotto e continuano a produrre.
L'ultima parola ha il merito di riuscire a coniugare entrambi gli aspetti: è un ottimo film, con interpretazioni di rilievo, e fotografa in maniera credibile uno dei periodi più neri del dopoguerra U.S.A.: la caccia alle streghe contro i comunisti (reali o presunti) americani, che, partendo da quanti svolgevano le mansioni più comuni, arriva fino ai dorati palazzi di Hollywood, travolgendo registi, attori e sceneggiatori.
Alla fine degli anni quaranta Dalton Trumbo è uno degli sceneggiatori più bravi e richiesti del cinema a stelle e strisce. Purtroppo per lui l'essere iscritto al Partito Comunista Americano (attività di per sé non vietata dalla legge) insieme ad un gruppo di colleghi e amici gli costerà l'esilio artistico, un processo e, dopo vari appelli finiti male, un periodo di reclusione.
A differenza di altri nelle sue condizioni però, una volta fuori di galera Dalton (interpretato da un Bryan Cranston in parte) non si dà per vinto e, essendo finito nella famigerata lista nera hollywoodiana ai cui nomi non è più permesso lavorare, comincia a scrivere sceneggiature a getto continuo per una casa di produzione di serie B guidata da Frank King, (un John Goodman come sempre irresistibile), attività nella quale coinvolgerà altri amici sceneggiatori lasciati ai margini per la stessa discriminazione politica.
L'acerrima rivale di Trumbo e dei reietti denominati con disprezzo dalla stampa "The Hollywood 10", è soprattutto la potentissima giornalista Hedda Hopper (una Helen Mirren perfidamente spettacolare) spalleggiata da un gruppo di produttori, registi ed attori reazionari capeggiati da John Wayne e Ronald Reagan.
Anche in queste condizioni di clandestinità Trumbo riesce a produrre script eccezionali che gli valgono, dietro l'utilizzo di pseudonimi o di amichevoli prestanome, due Oscar per i film Vacanze Romane e La più grande corrida. Ci vorrà il coraggio di attori e registi influenti (Kirk Douglas e Otto Preminger) per riportare il lavoro di Dalton fuori dall'oscurità fino al meritato riconoscimento pubblico.

E' lodevole il tentativo del regista Jay Roach e dello sceneggiatore John McNamara (che si è ispirato all'autobiografia di Trumbo scritta da Bruce Cook) di eludere il rischio agiografico. In questo senso mostrare il comportamento di Trumbo con i compagni, sempre un po' retorico e pieno d'enfasi, e, soprattutto con la famiglia, dove per lunghi tratti vive da separato in casa, sigillato nel suo studio o nella vasca da bagno (attrezzata da studio) a scrivere in continuazione lontano dalle gioie familiari, ci consegna un personaggio anche scostante, presuntuoso, egoista, che verosimilmente si avvicina molto alla figura reale dello scrittore.
Il cast, oltre agli attori già citati, è sontuoso: cito per brevità la sola Diane Lane, mio primo amore di celluloide ai tempi di Streets of fire, che non ha perso un grammo del suo fascino, e il comico Louis C.K., qui alle prese con un ruolo drammatico.

Nonostante L'ultima parola affronti un tema che poteva essere trattato con ben altra profondità e senza lieto fine, visto che in quella maledetta stagione l'happy handing era la clamorosa eccezione, mentre la regola era la rovina assoluta per le persone coinvolte da questa o quella commissione anti-comunista, il film raggiunge un suo equilibrio tra dramma e leggerezza, permettendo l'approccio agli argomenti trattati ad un pubblico più vasto di quello che rischiava di essere invece rappresentato dai soli vecchi comunistacci pieni di rancore come il sottoscritto, che hanno perso la voce a forza di raccontare questa pagina nera della democrazia americana a chi non ha mai voluto ascoltare.

lunedì 21 agosto 2017

It Follows (2014)


It follows appartiene al mio genere di horror preferiti.
Essendo infatti io, nonostante la non più veneranda età, ancora a disagio con slasher, splatter e più in generale con tutta la violenza esibita senza filtri, gli unici film di genere che riesco a godermi  senza distogliere lo sguardo, sono quelli costruiti su tensione e atmosfera.
Proprio come questa pellicola di David Robert Mitchell, sceneggiatore e regista di una storia che si dipana nella periferia di una Detroit messa a dura prova dalla crisi economica, con protagonisti un gruppo di adolescenti (ma non bimbiminkia), i cui genitori non compaiono mai, e che in generale sembrano vivere un'esistenza priva della guida di persone adulte. L'ambientazione malinconica e la fotografia fredda fanno da contorno alla vicenda di una sorta di maledizione che si trasmette attraverso i rapporti sessuali e che si manifesta sotto forma di un essere con sembianze umane, variabili anche da un istante all'altro, che segue senza sosta, con lo scopo di trucidare, il malcapitato cui è stata "passata" la soprannaturale condanna.
Fuori di facile metafora sui costumi sessuali dei giovani moderni, il film tieni incollati sul divano a chiappe strette, i giovani interpreti sono ben calati nella parte e la regia trasmette magnificamente non solo paura e disagio connessa alla trama, ma anche la deriva del gruppo di ragazzi, presi probabilmente ad esempio di un'intera generazione.

lunedì 14 agosto 2017

Little Steven, Soulfire


Sliding doors. E se Little Steven non avesse frequentato Bruce Springsteen, conducendo la propria carriera affrancato dall'ingombrante sodale, come sarebbe cambiata la sua storia, a fronte dell'enorme talento che madre natura gli ha regalato?
Beninteso, per me, anche rispettando il corso reale della storia, il suo lavoro è comunque a livelli d'eccellenza: cinque album fino al 1999 all'insegna di un percorso musicale continuo, mai stagnante, e un songwriting sontuoso, che avercene oggigiorno in giro.
Il debutto Men without women è del 1982: nello stesso anno in cui Bruce si rinchiude tra le quattro mura introspettive di Nebraska, Steve se ne esce con un'apoteosi rock and soul, nel quale ogni pezzo è da celebrare.
Nel lustro 1984/89 il nostro è incendiato da un vigoroso impegno politico, che si traduce in un trittico di dischi dai titoli inequivocabili (Voice of America; Freedom, No comprimise e Revolution), oltre ad un progetto contro l'apartheid in Sud Africa, nei quali si scaglia contro le nefandezze del proprio paese, sia in ambito interno che, soprattutto, estero (leggi America Latina), attraverso un sound che spazia dal rock più muscolare al reggae, dal mainstream rock al funk elettronico, cogliendo anche un discreto successo con un pezzo, Bitter fruit, eseguito insieme a Ruben Blades, che si può derubricare sotto la voce pop-salsa. 
Poi si ferma, Miami Steve, per una decina d'anni, e nel 1999 ritorna con Born again savage, dieci composizioni sature di (hard) rock settantiano, ultimo capitolo della sua discografia prima del ricongiungimento con Springsteen, che continua ancora oggi, solido e redditizio, in ciò che rimane della storica E Street Band.

Fin qui, brevemente, la storia del personaggio, rispetto alla quale ci sarebbe molto altro da aggiungere (un capitolo a sé meriterebbe infatti la carriera da attore), ma è bene arrivare al punto del post.
Little Steven torna, nel 2017, con un album che è la summa di tutta la sua vita artistica, un album che recupera autentiche gemme, regalate in passato ai vecchi amici Southside Johnny e Gary U.S. Bonds, in coabitazione con cover illustri e pezzi nuovi, all'insegna, al tempo stesso, di uno stile ormai consolidato e di un altrettanto acquisita imprevedibilità artistica.
Infatti, se l'inedita Soulfire, title track posta in apertura, è un gran pezzo classic rock, ruvido ed elegante, con una struttura vintage e un tiro potente, e i recuperi di Coming back (brano soul irresistibile, donato a Southside Johnny per Better days, disco strepitoso, tra gli imperdibili degli anni novanta) o I don't want to go home (altro regalo all'amico Southside, stavolta per l'album di debutto del 1976) stanno all'interno della comfort zone del chitarrista, con la torrida esecuzione di Blues is my business (standard noto per l'interpretazione che ne fece Etta James), in pieno stile Steve Ray Vaughan, così come con l'inedita ballata doo-wop/rock and roll The city weeps tonight o il raffinato esercizio di blaxpotation Down and out in New York city, siamo invece trasportati in ben altri suggestivi scenari, grazie alla magia di questo eclettico personaggio, eterno innamorato della musica.
Che dire poi di un rhythm and blues come Love on the wrong side of the town, che solo dei pazzi (o delle persone disinteressatamente generose) come lo stesso Steve e Bruce, possono decidere di non tenere per sé, ma regalare al fratello di vita Southside Johnny?
 
Non credo serva aggiungere altro: Soulfire è il disco emozionale di questo 2017.

mercoledì 9 agosto 2017

Sausage party


Se in passato qualcuno si era chiesto cosa mai combinassero i giocattoli lontani dagli occhi degli esseri umani, perchè non porsi la stessa domanda per tutti gli altri oggetti inanimati, a partire dal cibo? La risposta del regista Conrad Vernon e degli sceneggiatori (Seth Rogen tra gli altri) è un pò diversa da quella illustrata dalla Disney/Pixar: essi infatti scopano, parlano sboccato e credono in un falso dio, rappresentato dall'uomo.
Al centro della narrazione un gruppo di salsicce, imbustate per essere vendute in occasione della festa americana per eccellenza, il 4 luglio, che anelano di accoppiarsi voluttuosamente con del pane per hot dog (femmina) che giace sugli scaffali di un grande supermercato accanto a loro.
Essere acquistati dall'uomo è la massima aspirazione della loro vita, uscire dal supermercato nelle buste degli uomini, il raggiungimento del Nirvana. Questo fino a quando la salsiccia Frank (doppiato da Seth Rogen) non apprende l'orrenda verità e, insieme ad un gruppo improbabile di compagni di viaggio, inseguiti da una malvagia lavanda vaginale con tanto di applicatore fallico esterno, cerca di avvertire tutti i prodotti del negozio del tragico destino che li attende.

Film rigorosamente per adulti, Sausage Party gioca con il politicamente scorretto come da tradizione di Rogen e soci (non so quanti film potrebbero permettersi di mostrare una gioiosa sodomia tra un arabo,impersonato da una piada lavash halal doppiata da David Krumholtz, e un ebreo, un bagel con la voce di Edwad Norton), ma non tutto funziona alla perfezione. 
Okay la metafora dell'uomo rinchiuso nel recinto di una vita consumistica falsa e puerile, ma lo sviluppo sostenuto molto, troppo, su volgarità a ruota libera, forse alla fine non regge un film dal quale mi aspettavo un pò di più. 
Comunque da vedere (in lingua originale, che ve lo dico a fare), non fosse altro per la spettacolare ed epocale orgia finale.

lunedì 7 agosto 2017

Agosto, blog mio non ti riconosco


Il blog non è chiuso per ferie. Lo dico a beneficio di quei tre-quattro amici che ancora lo leggono. Diciamo che nonostante il caldo opprimente di questi giorni e il periodo vacanziero, il team di scrittori di Bottle of Smoke (nell'ordine: me, myself and I), oltre a litigare col pc di casa che è probabilmente arrivato a fine corsa, è stato impegnato in vicende sindacali che hanno anche avuto il loro carico di esposizione mediatica, con tanto di ricorrenti polemiche sul diritto di sciopero/diritto alla mobilità. Non ci voglio entrare in questa sede, mi limiterò a scrivere che in Italia i Governi, da tempo, hanno smesso di occuparsi di Lavoro e forse è quasi meglio così, perchè purtroppo quando si ricordano di farlo, beh producono solo danni. C'è la convinzione che non risolvere i problemi porti alla loro soluzione, come se una sana dormita, citando Jannacci, faccia guarire anche dalle peggiori malattie. 
Beh, guarda un pò. Non è così. E a volte la situazione deflagra.

In ambito svago sto rallentando con le serie e sto riscoprendo il cinema (in qualche modo potete notarlo dagli ultimi e dai prossimi post). Musicalmente vivo alti e bassi d'umore tra Joy Division, Chaka Khan, The Heavy, Guns 'n' Roses e l'ultimo, davvero superlativo, Little Steven, oltre naturalmente ad altra roba che elencherò, appena riesco, nella mia consueta lista mensile. In ambito letteratura ho da poco finito la trilogia della pianura di Kent Haruf, la cosa migliore che ho avuto la fortuna di leggere da molti anni a questa parte. Non ringrazierò mai a sufficienza l'amica Lisa per il regalo.

P.S. L'ultima recensione musicale è del 26 giugno. A occhio e croce non ho mai fatto passare un così ampio orizzonte temporale tra un post musicale e un altro...

giovedì 27 luglio 2017

I Guardiani della Galassia, Vol. 2


Film visto ormai da qualche mese, ma che ci tengo a recensire anche in ritardo visto che considero il precedente con tutta probabilità la migliore trasposizione Marvel di sempre.
Parto da questa considerazione perché le enormi aspettative che nutrivo per questo sequel sono state parzialmente disattese.
Si percepisce lo sforzo degli sceneggiatori di mantenersi sugli elevatissimi livelli di partenza, ma il risultato fatica a raggiungere quegli standard e il meccanismo narrativo sovente inciampa su cliché abusati del genere supereoistico/fantascentifico, soprattutto nella parte centrale del film che si svolge sul pianeta Ego.
E purtroppo a poco servono i contributi di un Kurt Russell che ho trovato un pò spaesato e di uno Stallone che dà l'impressione di aver fatto un bancomat veloce.
A sprazzi ci si diverte ancora sopra la media delle altre produzioni di genere (irresistibile, sui titoli di coda, la breve sequenza con Groot adolescente) e non può che emozionare  la definizione del rapporto tra Peter Quill (Chris Pratt) e Xondu Udonta (il bravissimo Michael Rooker), ma, lo stesso, qualcosa della freschezza del Volume I è andata perduta.
 
La linea di credito verso il progetto Guardiani della Galassia resta comunque aperta. Staremo a vedere.

lunedì 24 luglio 2017

Spider-Man: Homecoming


Eccoci dunque arrivati al terzo Spider-Man cinematografico da quando Raimi, nel 2002, ha portato sul grande schermo l'epopea di uno dei super-eroi più popolari di sempre.
Dopo quella trilogia c'è stato un primo reboot, diviso in due capitoli (recensiti qui e qui), che pure non avevo stroncato, ma che hanno il non trascurabile difetto di essere invecchiati precocemente e male, al punto, evidentemente, di indurre la produzione a ripartire da capo.
L'anticipo di cosa sarebbe stato questo Spider-Man l'abbiamo avuto durante Captain America: Civil War (che mi accorgo solo ora di non aver recensito!), dove facciamo la conoscenza di un Uomo-Ragno giovanissimo e inesperto che viene arruolato da Stark nel suo progetto reazionario contro Captain America e soci.
Il film inizia da questo flashback, mostrato attraverso le riprese amatoriali che lo stesso Peter Parker ha girato per conservare un ricordo di quell'impresa.
 
Homecoming si differenzia dalle precedenti produzioni per il taglio fresco, da teen movie, con il quale è confezionato. Questo, se dal punto di vista dei vecchi fan Marvel è filologicamente corretto (il fumetto originale è ambientato nei primi anni di liceo) e reso ancora più credibile per l'età dell'attore che interpreta Parker (Holland è appena ventenne con la faccia da ragazzino, mentre i precedenti Maguire e Garfield giravano attorno ai trenta), dall'altro, il contesto che azzera quasi totalmente il parco dei characters comprimari storici e ci presenta una zia May (la sempre apprezzabile Marisa Tomei) in versione MILF non può certo raccordarsi con l'immaginario di chi è cresciuto sognando su quegli albi.
Si è scelto insomma di rilanciare il personaggio creando un legame molto stretto con il mondo Avangers e in particolare con Tony Stark/Iron Man, che diventa tutore del Ragno(procurandogli anche un costume iper-tecnologico che aborro), e di fare quasi totalmente tabula rasa delle storie originali. In sintesi, dell'universo Spider-Man si è tenuto il solo Spider-Man.
Detto questo, per i ragazzini e lo spettatore medio il film scivola via bene nonostante i suoi centotrentacinque minuti di durata, quindi probabilmente il bilanciamento tra azione, ironia e leggerezza (l'ho premesso che si tratta di un teen movie) risulta godibile.
Ca va sans dire, è  già in cantiere il sequel (si parla del 2019)-.
 
Lascio per ultimo il commento su Michael Keaton, sempre convincente nelle sue interpretazioni, chiamato a dare il volto al villan l'Avvoltoio, che nella versione del film è dotato di attrezzature tecnologiche d'avanguardia e di un paio di spaventose ali.
A nessuno credo sarà sfuggita l'(auto)ironia della scelta, visto che Keaton viene dall'applauditissima interpretazione di un altro uomo-uccello (Birdman, di Inàrritu), che a sua volta richiamava la saga dell'uomo pipistrello (Bat-Man) di Tim Burton, con Michael Keaton protagonista.

P.S. La battuta migliore del film è quella che  Stark/Downey jr rivolge a Parker/Holland sull'essere il prototipo dell'eroe springstiniano solitario.

lunedì 17 luglio 2017

Fargo, stagione 3


Col passare delle stagioni, Fargo è diventata sempre più una serie-scuola. Un campo da gioco dove la storyline principale appare a volte come un pretesto per sviluppare idee, visive o narrative, in totale libertà.
In questa terza stagione, basata come le altre due su fatti che ci dicono essere rigorosamente autentici, accaduti in Minnesota a partire dal 2011, accanto ad una trama che origina da un piano criminale scombinato che vira in tragedia (caratteristica della serie), assistiamo alla consueta attenzione nella fotografia che cattura gli immutabili scenari locali, accompagnata da un ritmo narrativo che ad essi si adegua. Ma, soprattutto nella prima parte della stagione, la sceneggiatura si prende il tempo di divagare disinvoltamente, con occhio al tempo stesso poetico e  cinico, sulla letteratura e sul cinema di fantascienza degli anni cinquanta (come in qualche modo aveva fatto nella seconda stagione, con l'apparizione, inspiegabile ed imprevedibile, di dischi volanti nel bel mezzo di una nerissima storia di cronaca).
Gli altri marchi di fabbrica di Fargo, qui pienamente rispettati, sono il ruolo centrale dei characters femminili, che cercano faticosamente di emergere dentro un'ottusa società maschilista, e una caratterizzazione superlativa dei villains, disturbanti già a partire dall'aspetto e dai comportamenti, come quest'ultimo V.M. Vargas (un quasi irriconoscibile David Thewlis) che, denti marci e bulimia, è letteralmente strepitoso.
Ewan McGregor, annunciata star della serie, mi ha invece lasciato piuttosto indifferente. Forse perché non amo, nelle produzioni di genere noir, lo sdoppiamento di un attore in due ruoli (qui i fratelli Emmit e Ray Stussy).
Sugli scudi invece, oltre al già citato Thewlis, le perfomances di Carrie Coon (Gone girl; The leftovers)/Gloria Burgle, Michael Stuhlbarg/Sy Feltz, ma, soprattutto, Mary Elizabeth Winstead (che per puro caso ho visto recentemente anche nell'ottimo 10 Cloverfield lane): una Nikki Swango che vi resterà a lungo impressa nella memoria.
Siamo al top.

mercoledì 12 luglio 2017

Man in the dark (2016)


Tre ladri entrano in una casa isolata dove vive da solo un vecchio cieco. Hanno ricevuto una soffiata riguardo ad un bottino da centinaia di migliaia di dollari. Per loro è un gioco da ragazzi, una robetta da dentro-fuori e poi saranno sistemati a vita.
La trama di Man in the dark (che in Italia, curiosamente, pur riportando il titolo in inglese non è l'orginale: Don't breath) è quella di tanti altri film di genere, salvo poi ribaltare il gioco dei ruoli, con  i cattivi , o almeno una di loro, a compiere i furti per un motivo nobile e, ovviamente, il vecchio che rivelerà segreti sconvolgenti e abilità incredibili, annullando, tra le sue quattro mura, lo svantaggio della cecità. 
 
Fede Alvarez, il regista del film (prodotto anche da Sam Raimi), pur scivolando su qualche clichè, ci regala un'opera tesa e claustrofobica, girata con la giusta perizia, dove l'immedesimazione con l'angoscia dei personaggi è perfettamente riuscita, per un prodotto finale che senza dubbio si fa notare nella pletora di pellicole pseudo horror.

lunedì 10 luglio 2017

MFT, giugno 2016

ASCOLTI

Steve Earle, So you wannabe an outlaw

Big Bad Voodoo Daddy, Louie Louie Louie
Jason Isbell and the 400 Unit, The Nashville sound
Chuck Berry, Chuck
GangCalibro 77
John Mellencamp, Sad clowns and hillbillies
Fabri Fibra, Fenomeno
The Raphaels, Supernatural

Little Steven, Soulfire
Zac Brown Band, Welcome home
Bob Wayne, Bad Hombre
Anathema, Alternative 4
Ratt, Invasion of your privacy

MONOGRAFIE

Guns 'n' Roses


LETTURE

Kent Haruf, Crepuscolo



VISIONI

House of cards,  5
Homeland,  5
The leftovers,  3
Fargo,  3

lunedì 3 luglio 2017

Taboo, serie tv (stagione uno)


Un uomo avanza con passo sicuro sulle strade di fango che rappresentavano molti dei percorsi della Londra di inizio ottocento. Indossa un cappotto nero e un cilindro sgualcito, anch'esso nero. In testa un piano preciso che coinvolge inconsapevoli attori diversi. Ognuno di loro: ladri, assassini, puttane, spie, nobili e aristocratici ha un ruolo preciso nella sua complessa tela. "I've got a use for you", sussurra l'uomo al suo interlocutore. Da quel momento i due sono legati. L'uomo è James Delaney, dato per morto in Africa, dove si narra abbia compiuto atti agghiaccianti e che improvvisamente torna a Londra, proprio in tempo per reclamare una piccola proprietà su territorio americano, acquisita del padre (anch'egli defunto), apparentemente insignificante, ma in realtà estremamente strategica e al centro di una contesa sanguinaria tra America, Corona e la non meno potente Compagnia delle Indie Orientali.

Tom Hardy (un epocale James Delaney) ha voluto a tutti i costi la realizzazione di questa serie, impegnandosi, anche finanziariamente in prima persona nella produzione (insieme a Ridley Scott, tra gli altri). Vedendola, si capisce che non si tratta di un prodotto trendy per i salotti buoni, piuttosto di un'opera che non risparmia (letteralmente) sangue e merda, che rievoca gli scheletri nell'armadio di USA e Inghilterra, le atrocità commesse ai danni di nativi americani e africani, la povertà delle periferie inglesi che risaltano ancora di più rispetto alla sconfinata ricchezza e potere degli aristocratici.
La messa in scena è quanto di più evocativo, Delaney sembra uscito da una graphic novel di Frank Miller, personaggi secondari e caratteristi sono strepitosi (tra gli altri Oona Chaplin, David Hayman, Stephen Graham, Jonathan Pryce, Tom Hollander e Michael Kelly) e l'incedere lento, a tratti onirico, della narrazione, alternato da improvvise accelerazioni, costituisce uno dei valori della storia. 
Taboo (otto episodi la prima stagione, rinnovata per altre due), non è per tutti, ma diventa imperdibile per quanti vanno oltre i prodotti "guarda e dimentica".


lunedì 26 giugno 2017

The Dead Daisies, Live & louder



Se, come me, da un disco dal vivo cercate l’immedesimazione totale più che la perizia tecnica o la pulizia del suono e, in ogni momento dell’ascolto, non solo all’inizio e alla fine dei brani, essere trasportati tra la folla scatenata e sudata, Live and louder dei Dead Daisies è decisamente l’album che fa per voi. Superfluo aggiungere che il merito va riconosciuto in larghissima misura a John Corabi e alla sua urgenza comunicativa che lo porta a interagire col pubblico, incitandolo, provocandolo e sollecitandolo continuamente durante la performance della band.
I Dead Deasies hanno tre album all’attivo, di cui solo due con Corabi alla voce, ed è su questi lavori in particolare che si concentra la tracklist, con i brani estratti dall’ultimo Make some noise a farla da padrone. 
Ma il valore e (se vogliamo) l’umiltà della band emerge anche e soprattutto in tributi senza soluzione di continuità alle grandi formazioni del passato, da qui la presenza di ben quattro cover (Fortunate son dei Creedence, We’re an american band dei Grand Funk Railroad, Midnight Moses della Sensational Alex Harvey Band e sette minuti di Helter skelter dei Beatles dentro i quali trova posto anche il riff di Nobody's fault but mine dei Led Zeppelin) e un’esaltante modalità di presentazione dei singoli componenti della band (che si prende tutta la traccia 12) modellata su brevi incipit di brani leggendari (Highway to hell, Living after midnight, Voodoo chile, Walk this way) in cui è onnipresente il singalong dell’audience.

D’accordo, si tratta pur sempre di musica derivativa e di grana grossa, ma oggi in giro ci sono poche band che possono offrire uno sleaze così convincente e un frontman dalle capacità vocali e dalla tenuta del palco pari a John Corabi.

lunedì 19 giugno 2017

Deep Purple, InFinite



La prima volta che ho sentito pronunciare il nome Deep Purple era il 1983, in prima superiore, grazie a Lorenzo, un compagno di classe appassionato di metal (non posso definirlo metallaro, perché esteriormente era – eravamo – più sul nerd), che mi aggiornava sui nomi più in voga del momento e mi riforniva di cassette C90 a tema (la più epocale delle quali fu quella che prevedeva sul lato A Shout at the devil dei Motley Crue e sul lato B Stay hungry dei Twisted Sister). A un certo punto l’amico mi fa, ho scoperto un gruppo un po’ vecchio che si è sciolto, ma veramente valido: i Deep Purple. Solo l'anno successivo la band si sarebbe riformata pubblicando un'altra pietra angolare: Perfect strangers. Oggi fa sorridere che due adolescenti non avessero mai sentito parlare di un gruppo epocale che fatto la storia della musica, ma trentacinque anni fa (minchia trentacinque anni fa!) le informazioni si tramandavano molto per via orale, non c’era il business delle vecchie glorie e una band composta da membri che si avviavano ai quarant’anni, ferma da quasi una decade, era acqua passata.
Curiosamente in dieci anni di vita del blog, non ho mai recensito un album dei Deep Purple, nonostante il massivo e costante ascolto delle formazioni storiche mark I,II e, più di recente, mark III. C’è voluto un disco del 2017, che in molti ritengono possa essere l’ultimo della band, per farmi aprire la sezione nuovo post del blog e cominciare a scrivere.
 
Partiamo dagli attuali componenti della band: attorno al nucleo originale superstite (Gillan alla voce, Paice alla batteria e Glover al basso), il combo, si è ormai consolidato con Steve Morse (chitarra, nel gruppo dal 1994) e Don Airey (tastiere, dal 2002). Sono loro che, attraverso una lunga gestazione, incidono InFinite, album numero venti della loro discografia.

Con i suoi rimandi al rock dei settanta, il mood del disco non può che essere classicissimo, ma al tempo stesso prende le distanze dal consueto sound chitarristico del periodo migliore della band, investendo le tastiere (piano, keyboards, organo), che pur sono sempre state centrali nel suono DP, della responsabilità dell'intero impianto infrastrutturale dei brani. Airey sugli scudi dunque, senza dimenticare però  Bob Ezrin, produttore dell’album e keyboards player aggiunto. Contrariamente a quanto si possa pensare (dopotutto parliamo di una delle più importanti hard rock band di sempre) questa scelta, in piena continuità con le produzioni più recenti, impreziosisce ulteriormente il lavoro, amalgamandosi alla perfezione con liriche, rullate di Paice e timbro di Gillan, come dimostra l’opener Time for Bedlam, che su un testo adattabile ad un soggetto buono per un horror dei cinquanta (un altro tributo a quel cinema, dopo il precedente Vincent Price?) ci regala pathos a quintalate. Rispetto al precedente Now what?! , InFinite riesce in questo senso ad essere meno cerebrale e più coeso e diretto. Il che si traduce in una partenza a frusta e un lotto di brani capaci di coniugare in misura efficace classe e accessibilità, con refrain/sequenze efficacissimi, come nel caso di Hip boots, One night in Vegas, Get me outta here o Johnny's band, nella pressoché totale assenza di filler (se proprio vogliamo essere pignoli il livello scende giusto un po' su On top of the world e per la graziosa ma superflua cover di Roadhouse blues dei Doors), fino alla conclusiva Birds of prey che ha il solo difetto di durare troppo poco.

 
Insomma, InFinite insegna una lezione su come si può continuare a fare musica altamente dignitosa dopo cinquant'anni nel business. Chissà cosa ne pensa in proposito l'amico Lorenzo.

lunedì 12 giugno 2017

1993 (serie televisiva, sequel di 1992)

Prima ancora dei meriti (qualcuno dice dei demeriti) della serie, "1993" si fa apprezzare per l'intuizione di partenza. La volontà cioè di romanzare l'epoca che più di ogni altra ha caratterizzato dal punto di vista politico-culturale, quelle generazioni (inclusa la mia) che erano troppo giovani per vivere a pieno i rivoluzionari cambiamenti dei sessanta e le lotte, anche tragiche, dei settanta e che pertanto hanno, nella vicenda partorita dall'inchiesta mani pulite, il massimo intreccio tra la propria esistenza e la storia d'Italia.

Lo schema usato dagli sceneggiatori è quello consolidato dai principali romanzi di fantasia inseriti dentro i grandi fatti della storia (su due piedi mi sovvengono i nomi degli inarrivabili De Lillo ed Ellroy, ma anche i nostrani Genna e  Sarasso), i quali mettono sul set di eventi realmente accaduti characters/testimoni, che interagiscono con i personaggi reali, svelandone, insieme ai retroscena, lati umani e debolezze.
Ovviamente il taglio di (1992) 1993 è decisamente meno noir degli esempi letterari presi a riferimento (ma anche dello stile usato in passato da Oliver Stone), e nello sviluppo non mancano incertezze e momenti di fiacca, ma nonostante ciò l'evoluzione dei personaggi è tutto sommato ben strutturata e non inverosimile rispetto a quella che la nostra società ha compiuto nel dato periodo.
L'ambiguità e la totale assenza di scrupoli di Leonardo Notte (Stefano Accorsi), pubblicitario motore dell'entrata in politica di Berlusconi; l'ambizione sfrenata di Veronica Castello (Miriam Leone), aspirante soubrette televisiva, e le implosive contraddizioni, a fatica contenute dalla straripante fisicità, di Pietro Bosco (Guido Caprino), ex militare alla deriva che diventa parlamentare per la Lega, unite alle efficaci interpretazioni di Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi); Sergio Cusani (Stefano Dionisi); Silvio Berlusconi (Paolo Pierobon) e Massimo D'Alema (Vinicio Marchioni) fotografano in maniera convincente i grandi cambiamenti del periodo e lo stato d'animo di un paese che chiudeva in maniera travagliata la sua prima repubblica. 
Certo, non manca qualche perplessità sul filtro usato per tratteggiare alcuni eventi e taluni personaggi, come ad esempio l'indulgenza usata per il Berlusconi privato (che ci viene mostrato sempre attraverso gli occhi di Notte/Accorsi) stride non poco con l'ambiguità del soggetto, ma, trattandosi di una trilogia, bisogna attenderne la conclusione per un giudizio definitivo.
Al netto di qualche pausa (ma non mancavano nemmeno nei celebratissimi Romanzo Criminale e Gomorra, per restare nell'ambito della stessa piattaforma televisiva) la struttura narrativa appare dotata di buona fluidità, ritmo e efficaci cliffhanger, come i due che concludono l'ultimo episodio della stagione. Altro elemento vincente del progetto è senza dubbio l'importante investimento sulla colonna sonora, che, assieme alle musiche più commerciali del periodo, si avvale, tra le altre, di Disarm degli Smashing Pumkins, Daughter dei Pearl Jam, Wild Wood di Paul Weller, Fade into you di Mazzy star e Mmm mmm mmm mmm dei Crash Test Dummies.
In assenza di intoppi (leggi cali di gradimento), la terza e ultima stagione (1994) coprirà il successo elettorale di Berlusconi e la sua rovinosa caduta, causata dalla forte instabilità sociale innestata dal suo governo di destra e dal tradimento di Bossi.