giovedì 16 novembre 2017

The Smiths, The queen is dead (1986)


Al mondo di certo non serve una nuova recensione di The queen is dead, degli Smiths, ma insomma, chi se ne fotte, questo disco è tornato prepotentemente ad appassionarmi e una traccia la voglio comunque lasciare. 
Quello che da molti è riconosciuto come l'apice creativo del gruppo, nasce in una fase di particolare tensione tra i membri della band, per una volta non causati dai dissidi del duo cardine (Morrissey/Marr), autore della pressochè totalità dei pezzi, ma dagli altri componenti (Rourke e Joyce), che rivendicano maggiore centralità (e, va da sè, ricavi economici) dal progetto.
Non è dato sapere quanto questi conflitti interni si siano poi riverberati nei lavori di registrazione, la certezza è invece il risultato finale: epocale. Dieci pezzi (ai quali andrebbero aggiunti le hit single Panic e Ask, non comprese nella tracklist per la nota filosofia sessantiana del frontman) che suonano come un instant greatest hits e che lasceranno una traccia indelebile sulla storia della musica pop inglese (e non).
Al netto del fascino dei pezzi più noti (Frankly mr. Shankly, Bigmouth strikes again, The boy with the thorn in his side), dell'inedita complessità e lunghezza dell'opener (The queen is dead), dell'eterea leggerezza della coda dell'album (There is a light that never goes out; some girls are bigger than others), che si manifesta attraverso uno spettro sonoro a cerchi concentrici perpetui, ad affascinarmi sono sempre stati i due pezzi più introspettivi, piazzati uno di seguito all'altro, modellati sui temi più classici dell'amore e dell'abbandono, che intrecciano modernità delle liriche e classicità del pathos. Mi riferisco ovviamente a I know it's over e Never had no one ever

The queen is dead cattura la quintessenza degli Smiths attraverso il raggiungimento del massimo zenith compositivo di Morrissey e Marr che, proprio un attimo prima di dire basta (il successivo Strangeways, here we come, sarà l'ultimo capitolo della storia della band), forgiano la loro immortalità.


lunedì 13 novembre 2017

Mine (2016)


In premessa una filosofia che mi impongo come linea guida sulle produzioni italiane: tutti i film che, con coraggio, esulano dai "franchising" imperanti del cinema nostrano, vale a dire il genere commedia o le diverse riproposizioni de Il grande freddo, cercando una via alternativa, più internazionale, a questa arte, per me partono a prescindere da un voto medio-alto. 
Ne consegue che anche questo Mine, in realtà co-produzione Italia-USA-Spagna, affidato alla regia del duo di trentenni Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, qui all'esordio sul lungometraggio grazie alla buona affermazione di tre "corti", gode di qualche metro in vantaggio rispetto alla linea di partenza del mio giudizio.

Siamo in uno scenario di guerra non precisato, probabilmente nordafricano, Mike Stevens (Armie Hammer) e Tom Madison (Tom Cullen) sono l'avamposto dell'esercito americano, inviato in missione per eliminare un terrorista che dovrebbe essere ucciso da Mike, cecchino provetto. La missione fallisce, e i due si trovano a fuggire dai nemici nel pieno del deserto, diretti verso un villaggio di berberi dove dovranno essere recuperati dalle forze USA.
Nella fuga finiscono su un campo minato, Tom viene dilaniato da una mina antiuomo, mentre Mike si accorge di averne innescata una giusto in tempo per evitare di alzare il piede e scatenare l'esplosione. Comincerà da quel momento, con il soldato bloccato sopra la mina, una lotta contro il tempo, la stanchezza, lo sfiancamento fisico, le avversità climatiche del deserto e l'ostilità della sua fauna, in attesa del rescue team.

Ho voluto premettere la mia favorevole predisposizione ai progetti italiani coraggiosi prima di addentrarmi nel giudizio del film, in quanto Mine non è certo un film privo di imperfezioni: ho trovato infatti non pienamente convincenti recitazioni, dialoghi e alcuni sviluppi della trama. D'altra parte però mi ha convinto per la fotografia, alcune intuizioni poetiche (come quella dei soldatini di plastica, soprattutto in virtù della sequenza finale), gli aspetti onirici e la ricostruzione di parte dei flashback. 
Un film insomma che vale la pena vedere e sostenere, anche solo idealmente, per provare a spingere la lenta e tortuosa rinascita del cinema di qualità italiano.

giovedì 9 novembre 2017

MFT, settembre/ottobre 2017

ASCOLTI

Bob Wayne, Bad hombre
Flogging Molly, Life is good
Avatarium, Hurricanes and halos
Steve Earle, So you wannabe an outlaw
Jay Jay Johanson, Best of
Arch Enemy, Will to power
The Dream Syndicate, How did I find myself here
The Sister of Mercy, First and last and always
Ringo Starr, Give more love
Revolution Saints, Light in the dark
The Waterboys, Out of all this blue
Natalia Lafourcade, Musas
Prophets of Rage, ST
John Mellencamp, Sad clowns and hillbillies
The Smiths, The queen is dead
Ray Charles, Modern sounds in country and western music, vol 1 e 2
Joy Division, Permanent
Hellbound Glory, Pinball
Turnpike Troubadours, A long way from your heart
Marilyn Manson, Heaven upside down
LA Guns, The missing peace
King's X, Best of
Paradise Lost, Medusa
Cheap Wine, Dreams

LETTURE

Roberto Curti, Italia odia: Il cinema poliziesco italiano

VISIONI

Film:

Moonrise kingdom
American ultra
Il caso spotlight
Suspiria
The prestige
I cavalieri dalle lunghe ombre
The grey
Grindhouse
Cani arrabbiati
The neon demon
Quel maledetto treno blindato
La calda notte dell'ispettore Tibbs
La mala ordina
Bastardi senza gloria
Banditi a Milano
Un dollaro d'onore
Distretto 13
Le streghe di Salem
Hot fuzz
Kill your friends
Barry Seal
Frenzy

Serie televisive:

The Walking dead, 8
Prison break, 5
The deuce, La via del porno






lunedì 6 novembre 2017

Banditi a Milano (1968)


Se la critica è unanimamente concorde nel riconoscere a La polizia ringrazia (1972) di Stefano Vanzina (che per questo unico film ha rinunciato al solito pseudonimo di Steno) il valore di big bang del cinema poliziesco italiano, lo stesso si può dire per quello che è da tutti considerato l'antesignano del genere: Banditi a Milano (1968) di Carlo Lizzani.
Il film è un perfetto esempio di instant movie, laddove i fatti narrati, le rapine della banda Cavallero a Milano, si erano svolti solo qualche mese prima (il 25 settembre 1967) dell'uscita della pellicola, con il processo a carico dei quattro rapinatori in pieno svolgimento quando il film raggiunge le sale.
Lizzani, un curriculum che come prassi dell'epoca abbracciava generi diversi, ma con un costante focus verso la storia passata e presente (Achtung! Banditi!; L'oro di Roma; Il processo di Verona; Svegliati e uccidi; Mussolini ultimo atto) gira un film che inizia come un documentario, con i primi dieci-quindici minuti iniziali presentati alla stregua di servizi di telegiornali dove, attraverso un'intervista ad un commissario di Polizia (interpretato da uno sbarbatissimo Tomas Milian) vengono spiegate diverse dinamiche criminali legate al mondo della mala: droga, prostituzione, pizzo e violenza in generale. Solo successivamente a questa premessa si passa alla vera e propria narrazione della storia,  che ruota attorno a questi tre insospettabili incensurati torinesi (Pietro Canestraro/Pietro Cavallero interpretato da Gian Maria Volontè; Sandro Giannantonio/Sandro Notarnicola da Don Backy; Bartolini/Rovoletto da Enzo Sancrotti) che si rendono responsabili di rapine in serie in Piemonte, Liguria e Lombardia con la tecnica della doppietta o tripletta (due-tre banche rapinate in rapida sequenza approfittando dello spiazzamento delle forze dell'ordine). A guidare la batteria il Canestraro ex attivista del P.C.I., che ha abbandonato il partito per scarso decisionismo, vive la criminalità come un equilibratore sociale imponendo la sua personalità strabordante agli altri attraverso una prosopopea altisonante, irriverente, un florilegio verbale continuo, provocazioni a raffica e pressioni psicologiche. In questo ruolo, ca va sans dir, Gian Maria Volontè giganteggia, catturando l'occhio della macchina da presa dalla prima all'ultima posa.
La rapina fatale dei tre (più un ragazzino appena reclutato con il ruolo di "palo") è quella del Banco di Napoli in via Zandonai a Milano, dove, per una casualità, la Polizia arriva prima dei tempi previsti costringendo i rapinatori ad una fuga disperata, a folle velocità per le vie cittadine, con il fuoco aperto anche sui passanti per tenere a distanza le pantere dei poliziotti. Resteranno a terra tre morti e una dozzina di feriti e il Rovoletto, autista dell'auto dei rapinatori, in fuga a piedi, sarà miracolosamente sottratto dal linciaggio della folla. Alla fine i tre saranno tutti catturati e condannati all'ergastolo.

Come premesso, Banditi a Milano è sì un film "sociale" che riprende non solo un clamoroso fatto di cronaca, ma anche la fotografia della società italiana, in un momento (la fine dei sessanta), nel quale si cominciava ad intravedere quella deriva violenta che sarebbe poi deflagrata nel decennio successivo. Oltre a questo, alcune sequenze della pellicola (le rapine, gli inseguimenti in macchina), indicano la via all'incombente filone del cinema poliziesco italiano, croce e delizia delle nostre produzioni di genere.

giovedì 2 novembre 2017

Flogging Molly, Life is good


I Flogging Molly non sono mai stati una band prolificissima: hanno sempre privilegiato l'attività live a quella di studio, ma, insomma, anche per i loro canoni, sei anni di distanza tra un album e l'altro non sono la prassi.
Tant'è. Con Speed of light del 2011 ci avevano lasciato con la sensazione agrodolce di una formazione che, forse per paura dell'invecchiamento e della perdita di terreno, aveva virato su un punk rock troppo derivativo, confinando il proprio sound solo a limitati episodi che, fortunatamente, erano riusciti a rassicurare sulla capacità dei Molly's di graffiare ancora.
Sei anni e centinaia di date all over the world dopo, il gruppo del roscio Dave King finalmente rilascia il successore di quel disco contraddittorio, spegnendo quasi completamente effetti e distorsioni chitarristiche e cercando di recuperare l'epicità della tradizione irlandese, basata molto su strumenti a corda e flauto, intrecciata al brand della casa, cioè la capacità di fare casino.
Il risultato è sicuramente apprezzabile, sebbene le composizioni soffrano di un'ispirazione altalenante, con l'effetto di avere una tracklist per metà più che soddisfacente e per l'altra di livello non eccelso.
Curiosamente, i pezzi migliori sono piazzati all'inizio e alla fine del lavoro, con un bel brano malinconico ad aprire il disco (There's nothing left, pt.1), l'immancabile, furioso, combat folk (The hand of John L. Sullivan) e un esotico mid-tempo impreziosito da una sezione fiati (Welcome to Adamstown), poi si tracheggia un po' (con l'eccezione della vivace ballata Life is good) e il livello torna ad alzarsi approssimandosi alla conclusione con il convincente trittico Crushed (Hostile nations), HopeThe bride wore black prima dell'elegante e leggero irish-country di Until we meet again.
Dopo le folgorazioni di Drunken lullabies (2002) e Float (2008) ancora luci e ombre per i Flogging Molly. Questa volta perlomeno, nel dubbio, la band ha azzeccato la scelta di rifugiarsi nella comfort zone della terra di smeraldo che l'ha musicalmente ispirata.

lunedì 30 ottobre 2017

Un dollaro d'onore (1959)


Un dollaro d'onore (Rio Bravo in originale, superato per una volta in efficacia dal titolo italiano) nasce come progetto dichiaratamente mainstream: è sviluppato cioè per riempire i cinema dell'epoca.
Nonostante ciò, il film racchiude in sè tanti elementi che lo elevano verso l'autorialità: aspetti tecnici ma anche storie personali dei singoli artisti coinvolti, oltre ad un'enorme eredità tematica.
Partiamo dal regista, il mitologico Howard Hawks, director fondamentale nella storia del cinema americano (e non), partito a girare con il muto nel 1926 e autore di innumerevoli capolavori che spaziano nei generi più disparati (a mero titolo esemplificativo: Scarface, L'idolo delle donne, Viva Villa!, Il mio corpo ti scalderà, Il grande sonno, Il fiume rosso, Gli uomini preferiscono le bionde) , ma che veniva da un fiasco clamoroso (La regina delle piramidi, 1955) per il quale si era imposto un periodo di auto esilio a Londra durato ben quattro anni.
Quando decide di rimettersi dietro alla macchina da presa sceglie il canone del western, un genere che, sembra incredibile a dirsi oggi, nel 1959 sembrava finito. Hawks invece riparte proprio da lì e dalla leggenda che da sola lo rappresenta: un John Wayne cinquantenne e non più scattante nel fisico, ma sempre di grande carisma, attorno al quale gira tutto il film.
Il film è pensato per il grande pubblico, come scritto in premessa, ma inizia con modalità che più d'autore non potrebbero essere. I primi cinque minuti si svolgono infatti in assenza assoluta di dialoghi. Un ottimo Dean Martin (Dude) entra nel saloon livido, con gli abiti lisi e in preda agli spasmi causati dalla crisi di astinenza all'alcol, a mendicare un goccio di torcibudella. Gli avventori lo deridono, e uno di essi, per spregio, gli getta un dollaro nella sudicia sputacchiera sul pavimento. Dude si getta senza indugio a recuperarlo ma qualcuno glielo impedisce, calciando via il vaso. A questo punto, con Martin inginocchiato a terra, l'inquadratura dal basso riprende John Wayne (lo sceriffo John T. Chance) in tutta la sua magnificenza, quasi fosse un dio, a sovrastare disgustato la miseria umana di Dude e dei miserabili avventori. La tensione di questa scena ancora oggi meravigliosa è tutta costruita esclusivamente su sguardi, fisicità, movimenti di macchina e musiche.
Addentrandoci nella trama, scopriamo poi che Dude era il vice di Chance, che, a causa di una delusione amorosa, è scivolato nella spirale dell'alcolismo, lontano da Rio Bravo. E' tornato, ancora segnato dalla dipendenza, proprio nel momento in cui nelle galere cittadine è custodito per omicidio, in attesa di essere prelevato dall'esercito, il fratello di Nathan Burnette, un ricco possedente del luogo, a capo di una gang violenta e senza scrupoli. I due, insieme al vecchio malconcio Stumpy (Walter Brennan, caratterista noto per l'interpretazione di questi ruoli) e al giovanissimo Colorado (il crooner Ricky Nelson, allora diciottenne idolo delle teen agers) subiranno un assedio da parte di Burnette e i suoi uomini, all'inizio più psicologico che reale, che deflagrerà (letteralmente) nel finale. Da segnalare anche la parte di una acerba, bellissima e sensuale Angie Dickinson, nel ruolo non banale di donna sola, ma forte e indipendente, ai cui piedi cadrà il burbero John Wayne.

Ma Un dollaro d'onore, oltre al suo valore oggettivo, è unanimemente considerato anche l'indiscusso capostipite di una dinamica narrativa, quella dell'assedio (a un palazzo, una casa, una città, un territorio), che ha generato un enorme sotto-filone indiscutibilmente guidato dal grande John Carpenter (da Distretto 13 in avanti). 

Come prassi consolidata, mi piace concludere la recensione con un riferimento musicale. Hawks infatti, potendo contare nel cast su crooner del livello di Martin e Nelson, decide di sfruttare a pieno le loro capacità. Anche in questo caso però la sequenza in cui si evidenziano le doti canore dei due non è buttata via, serve a congelare la narrazione e a cementare il cameratismo dei quattro eroi. Con Dean Martin a cantare alternandosi a Ricky Nelson, che suona anche la chitarra, e Brennan all'armonica (John Wayne si limita ad ascoltare compiaciuto) vengono eseguite My rifle my pony and me, classica lenta cowboy song e Cindy, un pezzo più ritmato afferente al country blugrass (qui il link della sequenza). 

Cinema d'altri tempi, che, nonostante i quasi sessantanni di invecchiamento, ad ogni visione restituisce intatta la sua magia.


giovedì 26 ottobre 2017

Bob Wayne, Bad hombre


Fidatevi di uno stupido, mai sottovalutare Bob Wayne. Se dopo l'ammorbidimento dei suoni di Back to the camper (digerito solo dopo svariate somministrazioni) e il passo, più spiazzante che falso, rappresentato dall'album di cover Hit the hits (senza considerare il divertissement natalizio che l'ha visto comporre un christmas album clandestino e folle, con i testi delle canzoni delle festività su melodie di notissimi pezzi hard rock), qualcuno poteva pensare che il gigantesco buzzurro dell'Alabama si fosse ammorbidito, beh, Bad hombre è la risposta più fragorosa e sferragliante che Wayne potesse presentare per smentire la tesi.

Ed è sufficiente buttare un occhio ai titoli delle composizioni per capire che la vena di irriducibile fuorilegge è tornata a gonfiarsi, quale preludio ad uno sfogo musicale liberatorio e senza freni.
Niente di strano quindi se i primi versi che ci accompagnano all'ascolto siano quelli quanto mai programmatici di Hell Yeah"Sono andato via di testa, ho schiantato il camion, ho fumato un po' troppa roba, cazzo, sì!" , che ristabiliscono la giusta distanza tra le liriche reazionarie e lo stile di vita dell'irsuto countryman americano.

Sia ben chiaro che personalmente non condivido nulla della filosofia di questi moderni outlaw, ai quali piacciono armi da fuoco, sballo, violenza e disordine sociale e che se potessero, vorrebbero indietro la confederazione degli stati del sud. Semplicemente il loro country sudicio e fuori dagli schemi è, per i miei parametri, il migliore in giro, e ogni volta non so resistere al suo richiamo. E' come ascoltare i Cannibal Corpse o divertirsi davanti ad un film con le gesta Michael Myers, senza per questo uscire di casa e sterminare persone a destra e a manca (sebbene ultimamente la tentazione sia forte).

Chiusa la breve divagazione si torna a discernere di Bad Hombre, che parte a razzo e, dopo Bandana, un duetto coadiuvato da voce femminile sul tema, tanto per cambiare, dell'omicidio, rilascia una bella doppietta in puro stile Hank III: Still truckin, che sembra una Wild & free parte due e il trascinate blugrass 420 bound. Immancabile anche il pezzo alla Johnny Cash (con un richiamo anche allo Springsteen intimista di Nebraska o Tom Joad), che affiora grazie ad Hangin' tree,  una outlaw song su di un colpo facile andato a puttane.
La chiosa dell'album è lasciata ad una canzone che è nata da diversi colloqui che Wayne ha avuto con reduci americani tornati psicologicamente a pezzi dai presidi militari in Iraq (80 miles to Baghdad) e da Working class musician, l'immancabile pezzo autobiografico che serve per affermare l'orgogliosa diversità di uno che "non ha nemmeno fissa dimora" per il quale la strada è letteralmente casa, visto che vive su di un camper ed è perennemente in tour ovunque nel globo.

Con Wake me up di Aloe Blacc, una delle mie pop song preferite, cover probabilmente rimasta fuori da Hit the hits, siamo ai saluti di un album in cui Bob Wayne torna a fare il Bob Wayne che abbiamo imparato a conoscere, e lo fa mantenendo la barra dritta, avvalendosi di un songwriting ispirato e privo di manicheismi, per un risultato finale assolutamente credibile nel perseverare la traiettoria poetica schizoide e disturbata del suo autore.

lunedì 23 ottobre 2017

Hot Fuzz (2007)



Era da tempo che, sulla scorta delle buone recensioni lette in giro, attendevo di vedere questo Hot fuzz. Mi è venuta imprevedibilmente in soccorso la biblioteca civica della mia città (guai a definirlo paese, che si offendono), dove, curiosando in modalità random, il titolo m'è quasi cascato addosso.
Dunque, siamo nel tempo presente, a Londra, dove Nicholas Angel (Simon Pegg) è un agente di polizia fanatico del dovere e del rispetto delle regole. Proprio per questa sua condizione di crociato delle legge, e nonostante gli ottimi risultati ottenuti in termini di arresti, viene promosso a sergente, ma contestualmente trasferito nella piccola cittadina di Sandford, nel Glocestershire. Angel è ovviamente restio ad accettare, ma alla fine è costretto ad obbedire al comando. A Sandford si trova davanti ad una situazione irreale: un paese da cartolina, cittadini formalmente gentilissimi, una stazione di polizia sui generis e una tendenza a minimizzare qualunque evento che esca dal contesto di armonia del posto. Ovviamente dietro questa apparenza idilliaca si nascondono segreti inenarrabili e atti raccapriccianti che solo Angel, coadiuvato dal maldestro partner Danny Butterman (Nick Frost), figlio del comandante in carica Frank (Jim Broadbent), può portare alla luce. Cominciando dall'indagare sulla figura sospetta di Simon Skinner (Timothy Dalton), proprietario del locale supermercato.
Sapevo che con Hot fuzz mi sarei trovato al cospetto di una produzione leggera, ma non avevo ben chiaro se si trattasse di una commedia demenziale o altro. Vedendolo mi è apparso subito chiaramente il profilo della pellicola: un omaggio divertente e divertito non solo a tanti polizieschi, ma anche ai classici dei filoni horror e noir, in particolar modo statunitensi. Wright, che ha scritto soggetto e sceneggiatura insieme allo stesso Pegg, azzecca i tempi comici in maniera impeccabile, gira una spanna sopra gli altri prodotti di genere (il montaggio della sequenza in cui si alterna la serata libera dei due poliziotti con l'uccisione del ricco uomo d'affari è uno spettacolo), troppo spesso "tirati via" e ci regala una serie infinita di citazioni anche esplicite. 
Hot fuzz riesce insomma ad essere divertente ma anche a coinvolgere nelle scene d'azione, al tempo stesso comiche e coinvolgenti. Le sequenze da citare sarebbero davvero infinite (la tizia in bicicletta che pedala mentre con entrambe le mani impugna le pistole per fare fuoco; l'omaggio al western con il tempo che si ferma  quando Angel torna nel villaggio armato fino ai denti sopra un cavallo bianco; il sospetto che dietro al complotto di Sandford ci possa essere una complicata architettura alla Chinatown di Polanski, smentito da una spiegazione completamente folle; alcuni inaspettati frammenti splatter) e non vorrei correre il rischio di spoilerare troppo a quanti non l'avessero visto.

Ben nascosti infine alcuni cameo d'eccezione, come Cate Blanchett, nella sequenza irresistibile del dialogo iniziale tra la sezione scientifica e lo stesso Angel, e quello, ancora più inverosimile, del regista Peter Jackson. Pollice alzato dunque per Hot fuzz e per Edgar Wright.  Che la ricerca per gli altri titoli del regista cominci!

giovedì 19 ottobre 2017

Avatarium, Hurricanes and halos



Il rock degli ultimi anni è stato caratterizzato dall'esplosione incontrollata di band con voci femminili. Mai in passato c'era stato un numero così elevato di gruppi con queste caratteristiche, tanto che, nelle nostre analisi, più di un dubbio si affaccia in merito alla spontaneità del trend, rispetto al sospetto di un filone creato ed alimentato indistintamente da major e indie in considerazione dell'evidente buona predisposizione del pubblico moderno. Dopo di che ce ne sbattiamo delle analisi e basiamo il nostro giudizio sul valore delle opere, che in definitiva dovrebbe essere sempre il parametro più importante.

Gli Avatarium sono una band svedese che nasce tra il 2012 e il 2013 su impulso del bassista dei Candlemass Leif Edling, che raduna attorno a sé, tra gli altri, il batterista dei Tiamat Lars Skold e soprattutto la cantante Jennie-Ann Smith (anche lei svedese, a dispetto del nome) proveniente da tutt'altro circuito (quello jazz), per un progetto che, visti i membri fondatori, dovrebbe essere orientato al doom/gothic-metal. Il combo incide due EP e due album tra il 2013 e il 2015 (confesso di non averli ascoltati, ma recupererò) riscontrando, soprattutto con The girl with the raven mask un buon interesse da parte di audience e media.

A maggio di quest'anno esce Hurricanes and halos, il terzo full lenght e, diversamente dall'idea che mi ero fatto, non ci troviamo al cospetto dei sotto-generi ereditati dalle esperienze precedenti dei due membri fondatori, ma piuttosto ad un un rock di derivazione settantiana con rimandi ai grandi nomi tutelari del periodo, alternati ad  atmosfere rarefatte e lisergiche, che sfruttano a dovere le tonalità blues-oriented della singer.

Proprio dal punto di vista del mood complessivo del lavoro sembra che gli Avatarium non vogliano dare punti di riferimento certi all'ascoltatore, che viene investito dalla bocca di fuoco delle prime due tracce (Into the fire - Into the storm e The starless sleep) per poi restare invischiato nella vischiosa tela di due pezzi dilatati ed evocativi come The road to Jerusalem e gli oltre nove minuti di Medusa,che, dal punto di vista stilistico, scioglie la tensione elettrica iniziale nella nenia infantile del ritornello e in una lunga, acida, coda strumentale che traghetta il pezzo alla conclusione.
La sostanza è che le otto composizioni (di cui una, la conclusiva title track, strumentale) del disco trasmettono calore e una modalità di comunicazione antica, analogica. Nei testi si respira una ricerca non banale di cifra poetica (The sky at the bottom of the sea, la splendida When breath turns to air, tra gli Zep e Janis Joplin), per un risultato finale che convince appieno. 

lunedì 16 ottobre 2017

The leftovers, stagioni 1,2,3


Il 14 ottobre 2011 centoquaranta milioni di persone in tutto il mondo (circa il 2% dell'intera popolazione del globo) spariscono dalla faccia della terra. Un attimo prima erano seduti davanti a te sulla carrozza di un treno, al tuo fianco al cinema, in fila per entrare allo stadio e l'attimo dopo sono dissolti nel nulla. La sparizione è molto democratica e colpisce in egual misura uomini e donne, vecchi e bambini, ricchi e poveri, sconosciuti e VIP.
Detta così potrebbe essere la trama di una produzione di fantascienza, e lo sarebbe, se nello sviluppo si concentrasse sulle ragioni delle sparizioni e magari su un gruppo di scienziati-eroi che sfidano il fato cercando la verità.
Invece la grandiosità di The Leftovers, serie recentemente conclusasi con la terza stagione, sta nel focalizzarsi sulle vite dei superstiti e soprattutto sulle conseguenze sulla società che, incapace di razionalizzare l'incredibile evento, sostanzialmente impazzisce, generando anticorpi tanto folli quanto, ahimè, credibili.
Vediamo così il proliferare di sette, veri o presunti santoni, chiese improvvisate, individui senza scrupoli che estorcono denaro ai superstiti, città elette a santuari, atti di violenza insieme a gesti di misericordia.

Seguiamo soprattutto il gruppo di protagonisti, interpretati da un cast non meno di eccezionale, capitanato da Justin Theroux, che interpreta Kevin Garvey, tormentatissimo chief della polizia di Malpeton, NY, dove la storia prende spunto. Attorno a lui la moglie Laurie (Amy Brenneman), ex terapista entrata in una delle sette più importanti del post 14 ottobre, i loro due figli Tom e Jill (Chris Zylka e Margaret Qualley), il padre Kevin Garvey sr (Scott Glenn) e, soprattutto, il reverendo Matt Jamison e la sorella Nora Durst (a cui l'evento ha strappato l'intera famiglia composta da marito e due figli), caratterizzati in maniera indimenticabile dagli attori Christopher Eccleston e Carrie Coon.

Impossibile sintetizzare la trama, soprattutto in una recensione che tratta la serie completa e non una singola stagione. Preferisco allora lasciare emergere sensazioni ed emozioni di un'opera che muove molto per simbolismi, che indaga attraverso fughe oniriche, che si avventura nei limbi post mortem, che prende la deriva del grottesco e che non teme di premere a fondo il pedale del depistaggio ai danni dello spettatore. Su tutto, una serie che a più riprese coinvolge fino alle lacrime e che mette in scena un gruppo di protagonisti totalmente disfunzionali (il termine anglosassone fucked up chiarisce bene il loro stato mentale) sul quale svetta una coppia, quella formata da Garvey jr/Durst, mai vista prima per intensità e tratti anticonvenzionali. Basterebbe dire come sia il desiderio di morte l'elemento emotivo unificante i diversi tratti caratteriali dei protagonisti, che supera ogni altro sentimento più nobile (amore, passione, unità familiare), e che viene individuato come unica soluzione ai laceranti dolori della perdita.

Una serie totalmente anomala e coraggiosa nelle soluzioni narrative e scenografiche, che mostra un mondo impazzito a causa dell'incapacità di trovare il bandolo della matassa di un evento così incredibile e tragico, elude la trappola di concludersi senza dare una spiegazione allo spettatore (eventualità che personalmente davo per certa), e la fornisce in maniera disarmante ma, anche qui, efficace, seppur forse un po' consolatoria.
The Leftovers è stata capace di trasmettere emozioni sconquassanti anche grazie ad una colonna sonora sostenuta da un main theme strumentale struggente, oltre che da una selezione di brani che hanno saputo spaziare in maniera schizofrenica dal pop al rock all'opera alla classica alle silly-songs, contribuendo allo straniamento complessivo del telespettatore.

Chiudo con la breve sintesi dell'episodio 05X03, che racchiude in sè la folle quintessenza della serie: un marinaio francese a bordo di un sottomarino nucleare di stanza nel pacifico si denuda completamente (nudo maschile frontale), comincia a correre in direzione camera (nudo maschile frontale in movimento), si barrica nella stanza dei bottoni e, con una ardita posizione del corpo, preme entrambi gli interruttori, scatenando l'esplosione nucleare delle testate a bordo. I nostri protagonisti, tra i quali Nora e il fratello, il reverendo Jamison, sono in volo per l'Australia, dove già si trova Garvey jr. A causa dell'esplosione nucleare, tutto il traffico aereo viene bloccato e l'unico modo di arrivare velocemente nella terra dei canguri è prendere una nave dalla Tasmania. La sola nave disponibile in breve tempo è stata però affittata per una festa privata da una setta di depravati che vuole usare la crociera per sfogare ogni tipo di istinto sessuale senza convenzione alcuna. Quando il prete Jamison chiede di poter salire, dopo una breve trattativa, viene posta una condizione: se racconterà la barzelletta più sporca che conosce, ed essa sarà apprezzata, potrà salpare insieme ai suoi amici. Questa la barzelletta del reverendo: "Qual è la differenza tra un brufulo e un prete? Il brufulo almeno aspetta che il ragazzo sia adolescente prima di venirgli in faccia". 

(Anche) Questo è stato The leftovers, una serie senza regole e senza competitors. 

giovedì 12 ottobre 2017

Steve Earle and The Dukes, So you wannabe an outlaw


Per il suo diciottesimo album di studio, Steve Earle fa due cose: la prima è tornare ad accasarsi con una major, quella Warner per la quale non incideva dai tempi di El corazon (mio personale album da isola deserta, al quale vorrei dedicare prima o poi un post da I migliori della vita), nel 1996. La seconda è tornare al country, che appartiene da sempre alla sua cifra stilistica (credo non esistano dischi di Steve senza almeno un pezzo in questo stile), ma al quale non aveva mai dedicato un intero full lenght (The mountain, insieme alla Del McCoury Band, era più orientato al blugreass).

Personalmente trovo che fosse giunto il momento di uscire da quel perimetro da hobo che aveva caratterizzato i lavori di Steve degli anni dieci. Niente da rimproverare a quei dischi, confermo il valore più che positivo che avevo espresso nelle recensioni che trovate in archivio, ma uno degli elementi che mi ha fatto innamorare di Earle, oltre alla facilità impressionante che ha di scrivere testi spettacolari, è quello di sapere cambiare con disinvoltura registro, passando dall'introspezione più spessa al puro divertimento. 
Da questo punto di vista So you wannabe an outlaw torna decisamente alle origini. 
L'album, dedicato alla memoria di Waylon Jennings e a tutto il movimento country dei settanta denominato appunto outlaw per distinguersi in maniera inequivocabile dagli artisti che si rivolgevano ad un pubblico mainstream, si apre con la title track, nella quale compare uno dei superstiti del sottogenere di ribelli: Mr. Willie Nelson. Il pezzo è un concentrato dello steveearle sound, dall'incedere pigro ma irresistibile. Per chiarire subito che, pur essendo al cospetto di un disco programmaticamente country, a prevalere è sempre la forte impronta identitaria del suo autore, per cui per un classicissimo fraseggio honky tonk di chitarra che apre Lookin for a woman, ecco una The firebreak line che si sposta verso uno slabbrato rock and roll di frontiera nel quale i The Dukes si travestono da Crazy Horse.
 
Il disco, inciso nel corso del 2016, prevede ancora la collaborazione con la moglie di Steve, la bellissima e brava Allison Moorer, che compare nei credits di News from Colorado giusto in attimo prima di lasciare il nostro ed accasarsi con un altro eroe di Bottle of smoke, Hayes Carrl, non senza peraltro che tra i tre volino gli stracci anche per mezzo stampa.
Ma lasciando perdere il gossip e tornando alla musica, da segnalare sicuramente nella tracklist le collaborazioni con Miranda Lambert, co-autrice e co-singer della ballata sentimentale This is how it ends, ma, soprattutto, il duetto in puro stile Texas-country con il vecchio Johnny Bush (nessuna parentela con la disastrosa famiglia di politici, altrimenti una collaborazione con il "comunista" Steve sarebbe stata improponibile),nell'irresistibile Walking in L.A.
Per meglio chiarire le origini dell'ispirazione per il disco e per la formazione musicale di Earle, l'album è disponibile nella versione deluxe con quattro cover aggiuntive: Aint't God in Mexico di Billy Joe Shaver, Sister's coming home/Down at the corner beer joint e Local memory di Willie Nelson, e, finalmente, la seminale Are you sure Hank done it this way, di Waylon Jennings.
 
E adesso, se volete imparare ad essere un fuorilegge country, fatevi sotto.

lunedì 9 ottobre 2017

Kill your friends (2015)


Cosa può desiderare maggiormente un appassionato di rock e di cinema noir, che una commedia thriller con derive splatter, ambientata nel dorato mondo delle case discografiche di vent'anni fa? Nulla, esatto.  Ecco perché questo misconosciuto Kill your friends si candida ad essere un piccolo cult moderno.
Seguiamo le vicende di Steven Stealfox (interpretato da Nicholas Hoult, conosciuto ai più per il ruolo di Beast nella saga degli X-Men), manager della casa discografica inglese A&R (etichetta realmente esistita). Siamo nel 1997 e le major lavorano e guadagnano a pieno regime, buttando i soldi dalla finestra alla ricerca costante di hits e della next big thing che li faccia primeggiare sulle altre major e accumulare altri miliardi.
Stealfox è un giovane ambizioso letteralmente senza scrupoli. Mira ad una crescita esponenziale della sua carriera ed è disposto, come ci verrà mostrato, a qualunque azione per ottenerla.
Kill your friends di Owen Harris, basato su un libro di John Niven, che firma anche la sceneggiatura, è una commedia nerissima con risvolti grotteschi, che ci mostra però il verosimile aspetto di un'industria, quella discografica, che prima ancora per effetto  dell'avvento del download illegale, è implosa su sé stessa per manifesta incapacità e incompetenza dei suoi manager, che vengono qui mostrati come una manica di idioti supponenti, totalmente ignoranti in ambito musicale (i dialoghi su questo tema sono irresistibili e troppi per essere citati tutti, mi limito a segnalare quello iniziale di Stealfox sui Velvet Underground, o la pretesa di un dirigente di scritturare Guy Stevens, il produttore di London Calling dei Clash, defunto da una quindicina d'anni buoni all'epoca in cui è ambientato il film), circondati da figure minori (scout, segretarie) viceversa sinceramente appassionate, che vengono puntualmente ignorati. Feste a base di eccessi, alcol, tutti i tipi di droghe e sesso sono la regola di vita, che sarebbe poi la perfetta equazione della formula "sex, drugs & rock and roll", non fosse per l'assenza della sua parte più importante:  il rock and roll.
Un film follemente divertente con il valore aggiunto, e non potrebbe essere altrimenti, visto luogo e  periodo storico, di una colonna sonora esaltante.

giovedì 5 ottobre 2017

Assistenti alla Comunicazione: una testimonianza

Per il post di oggi ospito lo scritto di un lavoratore di un settore poco noto ma dall'enorme utilità sociale: l'Assistente alla Comunicazione. Questa figura accompagna l'alunno disabile sensoriale (ad es. non udente) nella sua esperienza scolastica a trecentosessanta gradi, non solo in classe (traducendo le lezioni) quindi, ma anche nello studio a casa, nelle relazioni con compagni e docenti, e nella produzione di materiale didattico. Una sorta di ombra che dovrebbe essere messo nelle condizioni di seguire sempre il disabile.
L'Assistente alla Comunicazione dovrebbe quindi rivestire un ruolo centrale nella visione sociale di Regione e Comuni, e invece è una delle categorie più bistrattate, che è passata da un complicato meccanismo retributivo che si traduceva in pagamenti in nero, ad essere gestito dalla cooperazione sociale con l'unico vantaggio di essere uscito dalla "clandestinità", ma senza aver acquisito un briciolo di diritti e stabilità in più. 
Non è adeguatamente assistito nemmeno dal Sindacato, che non lo associa ad una categoria di riferimento (come, nella CGIL, può essere la Fiom per i metalmeccanici) ma è sospeso tra categoria dei precari e delle Coop Sociali. In definitiva, l'Assistente alla Comunicazione è lasciato da solo a combattere tra la quotidiana sopravvivenza, la ricerca di una stabilità, la voglia di mollare tutto e la preoccupazione per i propri assistiti, rispetto ai quali, spesso, a causa delle situazioni familiari non sempre agevoli, diventa l'unico punto fermo. 
Di seguito la testimonianza del lavoratore:


Da qualche anno il ritorno dalle vacanze è diventato penoso, principalmente a causa del lavoro: quando ho iniziato la mia attività con i disabili ero occupato nove mesi l'anno, da settembre a giugno, ma progressivamente la data d'inizio degli interventi si è spostata, prima verso metà settembre, poi verso la fine...
Quest'anno non so ancora quando inizierò e che cosa farò, perché lavorando in una cooperativa, se non ci sono "casi" (odio questa definizione) che rispondono alle tue competenze e vuoi lavorare, può capitarti di doverti occupare di altre disabilità. Così, dopo dieci anni di esperienze e studio stai ancora imparando, ti senti come il primo giorno. Pure peggio se, avendo concluso con un allievo l'anno prima, ti trovi ad accettare interventi mettiamociunapezza, ad esempio con uno studente all'ultimo anno di liceo il cui educatore non è più disponibile, magari con un ridicolo monte ore diviso tra te e un altro collega. Potrebbe andare tutto bene, come è successo a me, tuttavia l'autunno successivo ti troverai ancora a preoccuparti di dove andrai a finire, in che tipo di scuola, con quali allievi e quali insegnanti.

E' la frammentazione assoluta del lavoro, sia in termini temporali (3 ore qui, due ore là) che fisici (mai nello stesso posto alla stessa ora per due giorni di seguito), un processo che genera un senso di precarietà che va al di là del semplice dato economico, indiscutibile anche per chi abbia l'orario pieno; gli educatori e gli assistenti alla comunicazione sono come nomadi, si muovono da un punto all'altro -a volte molto distanti- del territorio, spendendo buona parte dello stipendio in trasporto, ma soprattutto mettendo insieme un puzzle di disponibilità temporale, emotiva e fisica. Sei presente a scuola in quei giorni, in quelle ore e -se sei fortunato da avere abbastanza lavoro- non puoi sgarrare e quando ti si chiede la presenza straordinaria per una gita o una lezione ti trovi ad arrovellarti su un sudoku di orari mentre telefoni al tuo coordinatore e a docenti vari e provi a ricomporre un ordine.

Non è particolare da poco, perché i tempi della scuola, per quanto contratti, spesso non sono sufficienti a trattare tutti gli argomenti o a portare a termine il lavoro che si sta facendo in classe. E l'educatore, incalzato dall'orario, dal traffico e dal divieto di fare straordinari, resta finché può, è ma spesso costretto a scappare lasciando le cose a metà, interrompere il flusso della relazione e del lavoro che è parte fondamentale della sua attività. Le conseguenze investono negativamente l'allievo, che vede comparire dei servizievoli fantasmi al proprio banco per qualche ora la settimana, ma anche per l'operatore, che non sta piantato per terra, ma vola, fluttua da una scuola all'altra, da una situazione emotiva all'altra, passando magari in una giornata dalla scuola primaria al liceo, dall'autismo alla disabilità sensoriale, all'iperattività. Ce n'è abbastanza per sviluppare una personalità multipla, anche perché in ogni scuola devi confrontarti con una quantità di figure (insegnanti, dirigenti, colleghi, allievi, genitori) ed essere in grado di andare d'accordo e "fare rete" in ognuna. Sul serio.

Lo scorso marzo ebbi la fortuna di trovare un lavoro in una scuola per 20 ore settimanali, tutti i giorni dal lunedì al venerdì. Fu lì che mi resi conto di quello che mi stava succedendo, del perché mi sentivo così spaesato e inutile. Purtroppo quel lavoro è finito, ed eccomi nuovamente nella centrifuga. Per ora, come dicevo, non sto seguendo nessuno e se da una parte mi dispero per questa inattività, dall'altra ho modo di osservarmi e osservare i colleghi dall'esterno, da un punto fisso. 
L'ironia di tutto questo è che ho lasciato un impiego d'ufficio perché ero stanco di vedere sempre le stesse facce e sentivo di fare un lavoro che non serviva a niente. Ma, sinceramente, come si possono gestire in modo sano i rapporti con le figure educative di tre, quattro allievi contemporaneamente? E quale può essere il nostro contributo nella vita già abbastanza complicata di uno di questi ragazzi stando con lui/lei 3 o 4 ore la settimana su una frequenza di 30? Passiamo il tempo a studiare teorie edificanti che in queste condizioni diventano impraticabili. Non potendoci concentrare come si deve sul nostro lavoro, sempre distratti dalla necessità successiva, noi educatori finiamo per lavorare in emergenza perenne, con un limite dei tempi d'attenzione che si abbassa costantemente e la sensazione di vuoto e inconcludenza che al contrario cresce. 
Chi viene dal vecchio mondo del lavoro ha almeno gli strumenti per capire, ma i giovani rischiano di soffrire, non riuscire a darsi una spiegazione e provare sempre più frustrazione. Non credo sia una visione apocalittica, purtroppo, ma fin troppo realistica.

Adesso dovrei forse dirvi cosa penso si dovrebbe fare per cambiare questa situazione, ma non lo farò, perché secondo me tutti sanno come dovrebbero essere gestiti questi servizi per dare il massimo ai disabili e agli operatori. Le leggi ci sono, i soldi (contrariamente a quanto si sente dire) pure. La consapevolezza dell'importanza di una società in cui tutti trovino posto con le loro caratteristiche diverse e del lavoro di chi contribuisce a valorizzarle, quella manca.



Giusto due parole per chiosare. La persona che mi ha contattato attraverso conoscenze comuni per via del mio mestiere di sindacalista,  ha voluto restare anonima per timore di ritorsioni. Anche questo è lo specchio dei tempi. Anni fa la CGIL dei trasporti ha provocatoriamente fatto una conferenza stampa con presenti propri iscritti di una nota cooperativa bergamasca col volto coperto in quanto, già discriminati per l'adesione al sindacato di Camusso, avevano paura, denunciando le modalità di gestione della Coop e le condizioni di lavoro, di rimanere senza lavoro. Queste sono, perlopiù, le cooperative in Italia. Quando parlo di questa forma di sfruttamento legalizzato, ricordo sempre che, alla base del loro ordinamento ci dovevano essere tre valori forti: mutualità, socialità, democrazia
Non ci fosse da piangere, ci verrebbe ridere.

lunedì 2 ottobre 2017

Milano Calibro 9 (1972)


Recensire Milano Calibro 9, e farlo per giunta con una cassetta degli attrezzi di critica cinematografica limitata come quella del sottoscritto, è delittuoso, metto subito le mani avanti. Il film, assieme a La mala ordina e Il Boss fa parte della celeberrima "trilogia del milieu", trittico di pellicole poliziesche (non ho mai amato il termine poliziottesco, forgiato con disprezzo per indicare il genere in Italia) del regista/sceneggiatore Fernando Di Leo, che in questo caso si avvale come soggetto di un racconto di uno dei primi maestri noir italiani: Giorgio Scerbanenco.

Ugo Piazza (Gastone Moschin) esce di galera dove ha scontato tre anni per rapina a mano armata, poco fuori San Vittore viene subito raggiunto da un gruppo di mafiosi capeggiato da Rocco Musco (Mario Adorf) che lo preleva e lo sottopone ad un pestaggio in quanto certo che Piazza abbia sottratto all'Organizzazione una grossa somma di denaro, sparita dopo un complicato scambio di valigette che ci viene mostrato nel bellissimo prologo del film e che ha portato all'esecuzione di tutti i personaggi coinvolti nel giro, ad eccetto proprio del Piazza, non ucciso in quanto arrestato dalla polizia, con un tempismo che insospettisce l'Organizzazione, per un altro crimine. Piazza nega, e da quel momento viene letteralmente perseguitato dal Musco e la sua gang, agli ordini del capo mafioso soprannominato L'Americano. Sulle tracce di Piazza anche la polizia, che vuole proteggerlo in cambio di una confessione completa che inchiodi la Cupola. Ugo, criminale vecchio stampo, che non "canta" e che ha forti valori morali, ha dalla sua solo un'entreneuse con la quale aveva una relazione prima dell'incarcerazione (una Barbara Bouchet giovanissima, bella da mozzare il fiato) e Chino (Philippe Leroy),un killer professionista anch'egli molto ligio al codice d'onore della mala storica.

Sono dovuti passare decenni dalla sua diffusione nelle sale ed è servito l'amore sconfinato di Tarantino per il cinema italiano di genere e i suoi registi (Bava, Fulci, Di Leo, Castellari, Martino, Deodato, Lenzi etc.) perché la critica nostrana si convertisse alla grandiosa messa in scena di Milano Calibro 9.
In questo film infatti, nonostante gli scarsi mezzi economici, tutto è oliato alla perfezione, a partire dalle prove attoriali fornite soprattutto dal Piazza di Moschin, caratterizzato in maniera modernissima, a cranio rasato e giacca da marinaio, e  di Adorf, la cui interpretazione potrebbe apparire oggi eccessivamente caricaturale, ma che risponde al profilo del personaggio del periodo. Qui apro un piccolo inciso: la partecipazione di Gastone Moschin (recentemente scomparso) è stata una scommessa di Di Leo imposta alla produzione, visto che l'attore umbro fino a quel momento veniva utilizzato esclusivamente per le commedie leggere. Più tardi Di Leo, rivendicando la sua scelta, ammetterà che il film avrebbe avuto ancora più successo con Giuliano Gemma o "quel morto di sonno" di Fabio Testi nel ruolo di Piazza, ma che lui, anche trent'anni dopo, era rimasto convinto di quella scelta. Visti i risultati, e le prospettive di carriera che si sono aperte per Moschin (basterebbe citare Don Fanucci de Il Padrino parte seconda), non si può che dargli ragione.

Tornando al lato tecnico della pellicola, la fotografia è eccezionale: la Milano dei primi settanta è resa alla perfezione e induce alla nostalgia più piacevole: le immagini della "vecchia" darsena, la stazione centrale prima che diventasse un centro commerciale, il cielo plumbeo, il parco Lambro o piazza Duomo ci restituiscono una città d'altri tempi, meno patinata ma più reale.
Anche per gli altri aspetti siamo a scuola di cinema, il montaggio è serrato e la regia superlativa, sarebbero innumerevoli gli highlights da celebrare: il prologo, la sequenza del ballo nel night club della Bouchet, con quelle riprese sghembe che hanno fatto scuola, la sequenza finale del pugno in soggettiva, di un dinamismo così realistico che allo spettatore sembra di incassare il cazzotto, l'intuizione della sigaretta che si consuma sul tavolo.

Ma la supremazia di Milano Calibro 9 su tutti gli altri polizieschi italiani è giustificata anche dalla vocazione politica del film, delegata ai vari momenti di scontro tra il commissario di polizia reazionario (interpretato in maniera efficace da Frank Wolff) e Mercuri, il vice, neo arrivato a Milano, di simpatie comuniste (Luigi Pistilli). Questo taglio sociale, apparentemente slegato dall'intreccio narrativo, in realtà, attraverso la restituzione di una fedele fotografia del tessuto sociale del periodo che non risparmia una precoce analisi sulla corruzione dell'apparato economico italiano, chiude ogni contesa con i tanti tantissimi competitors del periodo (si calcola che tra il 1972 e il 1977 siano stati non meno di cento i "poliziotteschi" prodotti e distribuiti in Italia).
I dialoghi tra i due tra l'altro contengono inquietanti analogie con l'attualità, come nella disanima di Pistilli sui problemi dell'immigrazione di massa dal sud Italia ("la massa dei meridionali che viene a lavorare qui nel nord fa i mestieri più umili, quelli che da decenni gli altri si rifiutano di fare: malpagati, male alloggiati, niente affatto assistiti. Per forza diventano delinquenti").  D'altro canto, a differenza di molti registi di genere con simpatie a destra, con Di Leo siamo dalla sponda politicamente opposta.

Due parole infine sulla colonna sonora, realizzata da un orchestra,insieme al gruppo progressive rock italiano degli Osanna (in parte su composizioni di Luis Bacalov). Le musiche dei primi dieci minuti di pellicola marchiano a fuoco i cambi di atmosfera pre e post titoli di testa, regalando un'ulteriore, straordinaria cartuccia all'opera, grazie ai cambi di pattern e di tensione di un Preludio (traccia uno del soundtrack) e un Tema (traccia due) memorabili (e se lo dice uno che non si è mai appassionato al progressive rock, potete fidarvi). 

Un film letteralmente spettacolare, come detto il più importante dei polizieschi nostrani, nonostante manchi completamente di uno degli elementi che hanno fatto la fortuna di questo genere: gli inseguimenti in macchina. Contraddizione solo apparente, perchè soggetto e sceneggiatura solidissimi non hanno bisogno di ulteriori elementi di distrazione per l'occhio dello spettatore.
Insomma, una pietra miliare di un regista magnifico.


P.S. Nota personale che vale da consiglio disinteressato: Milano Calibro 9 e l'intera trilogia del milieu, si trova sui noti siti di e-commerce in edizione spagnola (contenente ovviamente la lingua originale italiana) ad un prezzo assolutamente ridicolo. 



giovedì 28 settembre 2017

Gang, Calibro 77



Gli album di cover vivono di equilibri difficili e precari. Sono in molti ad esempio a sostenere che il ricorso al tribute album sia segnale inequivocabile dell'accensione della spia della riserva per l'artista in questione. E' altresì opinione diffusa che reinterpretare pezzi altrui abbia senso a condizione di sottoporli a stravolgimento o che le uniche cover che valga la pena proporre siano quelle di canzoni misconosciute, al nobile scopo di divulgarle ad un'audience più vasta.
Onestamente, non ho l'impressione che Calibro 77 dei Gang ci consegni una band in disgrazia, tutt'altro. Certo, i tempi della cosiddetta Età del pane (la trilogia che comprende gli album usciti tra il 1991 e il 1995, recentemente rieditata in cofanetto) sono lontani, ma i Severini hanno ampiamente dimostrato con il recente Sangue e cenere (disco dell'anno 2015 per Bottle of smoke), di avere ancora stimoli e passione, e di saperli magistralmente intrecciare come il giorno uno.
E allora questo tributo ad una manciata di artisti e di canzoni, ma soprattutto ad un periodo storico (gli anni settanta) intenso, saturo di idealismi, drammatico ed irripetibile della nostra storia, ha valenza di sincera e tenace testimonianza, fuori da ogni obbligo di presenzialismo discografico.

L'atmosfera del disco trova il proprio perfetto bilanciamento tra canzoni note e brani più oscuri, creando la giusta convivenza tra ristrutturazioni radicali e riletture rispettose, con una costante grande attenzione per i testi dei pezzi, che a prescindere dal pattern scelto, restano in doveroso primo piano.
Senza dimenticare che l'altro aspetto fondamentale tra quelli necessari per la riuscita di un album di cover è quello di farlo diventare personale al punto da tramutarlo, alle orecchie di chi ascolta, in un lavoro totalmente in linea con lo stile dell'artista.
Difficile, ascoltando la reinterpretazione di un big come De Gregori e della sua surreale Cercando un altro Egitto, qui proposta in versione accelerata con tanto di pattern di fiati, non riconoscere il grande lavoro di personalizzazione fatto dai Gang.
Così come è impossibile restare fermi in presenza del furioso rock and roll cucito attorno a Questa casa non la mollerò di Ricky Gianco, le cui liriche sono incentrate sull'occupazione delle case, tema che negli anni settanta aveva una valenza politica del tutto diversa dalla sopraffazione alla quale spesso assistiamo in questi anni di mercimonio delinquenziale delle case pubbliche.
Il mood che i Severini ricreano, masticandolo insieme al proprio brand sonoro consolidato, è, grazie anche alla conferma in fase di produzione di Jono Manson, riconducibile al genere chiamato americana (nel quale, per semplificare, confluiscono blues, folk e country), come emerge chiaramente dall'opener  Sulla strada, che arriva da Sugo, uno dei dischi più celebrati di Eugenio Finardi, qui vestita da un driven blues  veloce e d'impatto.
Sotto la voce pezzi irriconoscibili troviamo senza dubbio Sebastiano, in origine scritto e interpretato da Ivan Della Mea con uno stile asciutto che, riascoltato oggi, sembra quasi una versione caricaturale di Guccini, e che viene riproposto dai Gang con la spina degli strumenti ben attaccata e un impeto rock che esalta le liriche di denuncia dei comportamenti dei "padroni" di allora, non così diversi da quelli degli "imprenditori" moderni.
E a proposito di Guccini, a sorpresa, la sua Un altro giorno è andato, che si offriva geneticamente ad una versione country veloce, è invece proposta come splendida ballata in crescendo. Il De Andrè della epocale Canzone del maggio (dal notissimo passaggio "anche se voi vi credete assolti/ siete per sempre coinvolti" ) è resa invece con misura e rispetto, e non poteva essere altrimenti. Viceversa non perfettamente riuscita Venderò di Edoardo Bennato (altro pezzo gigantesco della musica italiana), una canzone apparentemente semplice da eseguire, ma che è dannatamente difficile da migliorare. 
In compenso il dinamitardo errebì di Non è una malattia (Gianfranco Manfredi) spazza via ogni dubbio rispetto alla bontà dell'operazione e prepara il campo alla lucida disperazione de I reduci di Giorgio Gaber.

Calibro 77 raggiunge quindi l'obiettivo di ricreare il clima di una stagione meravigliosa, tesa, contraddittoria e satura di passione politica.
Attraverso la fotografia nitida di queste undici canzoni, i Gang ci sbattono in faccia uno scenario ben nascosto davanti ai nostri occhi. Dopo quarant'anni di storia italiana infatti, i problemi sono tornati ad essere gli stessi: disoccupazione, morti sul lavoro, sfruttamento, alienazione, immigrazione, diritto violato alla casa. A parità di struggimenti cos'è cambiato allora se non noi, che non ci sentiamo più parte di una classe tenuta insieme da pari condizioni e rivendicazioni, frantumati tra giovani e anziani, occupati e disoccupati, occupati tutelati e precari, italiani e stranieri (oggi il Sebastiano della canzone di Della Mea si chiamerebbe probabilmente Ahmed), perennemente colpiti da tante armi di distrazione di massa e convinti che il nostro fondamentale post su facebook (o su un blog) possa cambiare il mondo. 
Che ci sia ancora qualcuno che riesce a farci riflettere su questa condizione, di per sé è già una gran cosa.

Anche per questo Calibro 77 è il secondo disco emozionale del 2017 (questo il primo).

lunedì 25 settembre 2017

Barry Seal


Barry Seal è un pilota della TWA che, a causa di piccoli traffici illegali (i soliti sigari cubani), viene intercettato dalla Compagnia e arruolato, quale alternativa al carcere, per viaggi illegali in America Latina nell'ambito dei rapporti che gli U.S.A. tenevano con gli oppositori del crescente consenso comunista di quelle parti. Nel corso di questi raid viene agganciato dal nascente cartello di Medellin (sì, proprio Escobar e soci) che gli propone, sfruttando le tratte effettuate per conto della CIA, di trasportare tonnellate di coca sul suolo americano. Il compenso è quello giusto e Barry accetta.

Le basi per un film convincente c'erano tutte: lo spunto avvincente da una storia vera, un riferimento criminale quantomai di moda (vedi il successo della serie tv Narcos) e, magari solo per il sottoscritto, la rievocazione di una stagione, quella di Reagan e della sanguinaria ingerenza USA nell'America Latina, di cui non si parlerà mai abbastanza. Invece la produzione e il regista Doug Liman scelgono il tono leggero (e fin qui non sarebbe uno scandalo), ma, soprattutto, mettono in scena una storia sfilacciata, coi personaggi principali senza uno straccio di profondità, di caratterizzazione, di spessore: siccome Seal (Tom Cruise), non si sente realizzato nella sua professione di comandante dei voli di linea TWA, non esita a farsi arruolare in pericolosissime missioni segrete CIA ed esita ancora meno a fare da corriere della droga per un'organizzazione criminale colombiana. La moglie (Sarah Wright) si fa un po' di menate quando non capisce cosa stia succedendo, ma poi, quando i soldi arrivano a camionate e viene introdotta nell'alta società dei narcos colombiani, allora tutto va a posto. Per non dire che, nel segno della presunta, rivoltante superiorità americana, i nicaraguensi vengono mostrati come una manica di cavernicoli sottosviluppati o che la critica al sistema di politica estera creato da Reagan ne esca banalizzata, quasi come, se aver contribuito a trucidare migliaia di persone, fosse una marachella. Infine, se vogliamo, va bene che un film "tratto da una storia vera" non debba per forza essere verosimile anche nella rappresentazione dei personaggi, ma davvero, la produzione non fa nessuno sforzo per avvicinare i tratti di Tom Cruise a quelli del vero Barry Seal.

Alla fine il problema è probabilmente uno solo, negli ultimi anni qualunque film con Tom Cruise, prima di ogni altra cosa è un film con Tom Cruise. Il che significa un intero progetto al servizio dell'attore, invece che, come dovrebbe essere, l'attore al servizio del progetto.
Aridatece Blow.

giovedì 21 settembre 2017

George Thorogood, Party of one


Torna alle origini del blues, George Thorogood. Non sarebbe una novità per il diversamente giovane (il prossimo febbraio compirà sessantotto anni) del Delawere, se non fosse che questa volta, a differenza dei tanti tributi ai grandi del genere incisi senza soluzione di continuità già a partire dal debutto del 1977, l'artista si sia totalmente immedesimato nei panni dei bluesman più genuino: quello che si esibiva in strada con la chitarra attaccata ad un piccolo amplificatore, coadiuvato qua e là da un'armonica o dalla sola grancassa, intrattenendo passanti e turisti: da qui l'efficace titolo di Party of one.
L'attacco, e viene da dire non potrebbe essere altrimenti, è per Steady rollin' man di Robert Johnson e subito le carte vengono girate sul tavolo, non c'è trucco non c'è inganno, solo la quintessenza del blues proposta da uno che ne ha fatto la sua ragione di vita.
La lista degli autori scelti per compilare il disco, se da una parte non rivela grosse sorprese, con John Lee Hooker (Boogie chillen; The hookers, One bourbon, one scotch, one beer), Elmore James (Got to move; The sky is crying) e Willie Dixon (Wang dang doodle) a pretendere il loro tributo di sangue, dall'altra rivela la passione di Thorogood per il country/folk più tradizionale, con riproposizioni di Hank Williams (la bellissima e straziante Picture from life's other side); Gary Nichols (Soft spot, da repertorio di Johnny Cash), John Loudermilk (Bad news, che invece del repertorio di Cash lo è davvero stata). 
Non si può che apprezzare anche l'implicito ringraziamento che George fa al lavoro di rilancio del blues da parte di due icone musicali dello scorso secolo che rispondono a nome di Bob Dylan (Down the highway) e Rolling Stones (l'indimenticabile No expetactions, da Beggars Banquet del 1968). 
 
Party of one di Thorogood mi ha ricordato certe operazioni di Neil Young (lo strepitoso Le noise, la più recente) dove si fatica a ricondurre le composizioni agli esiti intimistici e introspettivi normalmente derivanti da opere per solo voce e chitarra. A dimostrazione che non sempre lavorare per sottrazione tolga ritmo e saturazione sonora al risultato finale. 
Poi certo, aiuta chiamarsi George Thorogood.

lunedì 18 settembre 2017

Il maledetto United (2009)


E' dannatamente difficile rendere lo sport sul grande schermo. Ad eccezione della boxe, alla quale è riservata una vastissima e spesso ottima filmografia, le altre discipline arrancano nel trasmettere il realismo e la passione che le contraddistinguono. Il calcio non fa eccezione, anzi, il calcio in primis, nonostante sia, soprattutto nel vecchio continente, uno degli sport da sempre più seguiti,  raramente è stato mostrato in maniera efficace e quando è successo (Fuga per la vittoria, il bellissimo Febbre a 90°, il nostrano Italia - Germania 4-3) è stato messo al servizio di una storia più ampia.

In questo non esaltante scenario risalta Il maledetto United del regista Tom Hooper, che racconta i quattro mesi in cui l'allenatore Brian Clough (interpretato da Michael Sheen) ha disastrosamente allenato l'allora top team inglese Leeds United. Clough arrivava dal miracolo Derby County, squadra che ha portato dagli ultimi posti della Seconda Divisione inglese fino alla promozione in Prima Divisione e poi alla conquista del titolo. Nonostante un allontanamento burrascoso dal club dello Yorkshire, viene chiamato ad allenare il prestigioso Leeds, rimasto orfano dello storico allenatore Don Reavie (lo spettacolare Colm Meaney) passato alla guida della nazionale inglese.
Brian Clough è un allenatore tanto dotato, innovativo, tenace quanto ambizioso e arrogante. Il primo ad usare i media come proprio megafono e a puntare molto più sull'aspetto motivazionale nel rapporto coi suoi giocatori che sulla tattica (giusto per dire che Mourinho tutto sommato non ha inventato niente di nuovo).

La pellicola si gioca tutto su due rapporti personali, quello con il fido vice Peter Taylor (il grande caratterista Timothy Spall), che bilancia e completa, anche caratterialmente, Clough, e l'accesa rivalità con l'ex allenatore del Leeds, Don Reavie, personaggio spigoloso che predilige il gioco "maschio", duro e sleale. La narrazione procede su due binari: il presente (1974) e quello collocato sei anni indietro, a ricostruire la genesi dell'arrivo di Clough a Leeds. La ricostruzione dell'Inghilterra dell'epoca è molto calibrata, non potendo probabilmente contare su grandi budget, la fotografia si concentra su singoli edifici, squarci e interni, risultando comunque suggestiva ed efficace. Le riprese di gioco girate appositamente sono ridotte al minimo necessario, si ricorre ad immagini d'epoca o a stratagemmi riusciti, come quello di Clough che segue la partita dagli scalcinati spogliatoi del Derby, con le strette vetrate opache che rimandano l'ombra degli spettatori e i rumori dagli spalti a sottolineare il corso della partita.

Film da vedere, non tanto dagli ultras del calcio, ma dai veri appassionati di questo sport, che hanno l'occasione di conoscere un mito del football inglese (Clough dopo l'esperienza negativa al Leeds raggiungerà risultati sportivi tutt'oggi ineguagliati alla guida del Notthingam Forest), tra i pochi del mondo ignorante del football ad essere ricordato anche attraverso le sue citazioni, e che ha avuto anche modo di incrociare la sua lingua tagliente con l'Italia e la sua stampa, quando nel 1973 si lamentò dell'arbitraggio di una semifinale d'andata di coppa U.E.F.A. contro la Juventus, arrivando a denunciare che la società bianconera avesse pagato l'arbitro. Per la cronaca, nella partita di ritorno, che decretò l'eliminazione del Deby County dalla competizione, l'arbitro designato, il portoghese Marques Lobo inoltrò un esposto alla federazione proprio per un tentativo di corruzione subito dalla Juventus.
Un film che ci riporta ad un calcio d'altri tempi: brutto, sporco e cattivo, ma maledettamente affascinante, nel quale un personaggio come Brian Clough risplendeva come una supernova.