mercoledì 21 febbraio 2018

Jack Russell's Great White, He saw it comin'


Nella recensione del nuovo album degli LA Guns mi soffermavo sull'anomalia che in passato aveva visto la scissione della formazione originaria e la nascita di due band che portavano in giro medesimi monicker e repertorio. Ebbene, in ambito hard-rock/hair-metal esiste solo un'altra situazione analoga: quella dei Great White. 
La band losangelina si forma nel lontano 1977, anche se riuscirà ad incidere il primo full lenght eponimo solo sette anni dopo, nel 1984, in piena era glam metal. Inevitabilmente il gruppo si adagerà su questo sotto genere, ma col tempo l'amore per l'hard rock di matrice blues emergerà prepotentemente, i pezzi di dilateranno, e con essi i tributi ai Led Zeppelin (due album e mezzo, visto che oltre al dittico esplicito A tribute to Led Zeppelin e Great White salutes Led Zeppelin, anche buona parte del doppio cd di cover, Recover, sarà dedicato al mito di Page/Plant). 
L'andazzo del Grande Squalo Bianco, tra scioglimenti e reunion, durerà per tredici album e circa trentacinque anni, fino ai giorni nostri.

Jack Russell è lo storico frontman della band dai suoi esordi fino al 2009, anno in cui opta per la strada solista (già approcciata per alcuni tour nei periodi di sospensione dei GW), tenendosi però stretta la "gloriosa" ragione sociale, nonostante anche i suoi ex sodali continuino ad usarla.
He saw it coming è il primo full lenght dei Russell's Great White (rilasciato, giusto per gradire, lo stesso anno in cui esce anche Full Circle, il nuovo dei Great White con alla voce Terry Illous) e, copertina a parte, davvero inguardabile e fuorviante, ci consegna un Russell in buona condizione, fermamente motivato a dare dimostrazione della profondità e della versatilità della sua ugola. 
L'album è infatti composto da undici pezzi indubbiamente divertenti, nei quali trova prevedibilmente spazio l'AOR (un'ariosissima Sign of the times; Love don't live here anymore), l'hair (She moves me; Crazy; Blame it to the night), l'heavy metal (Spy vs spy), ma anche, più sorprendentemente, qualche fascinazione sospesa tra Beatles e Supertramp (He saw it comin'), un reggae-funk (Don't let me go) e un doo wop a cappella (la conclusiva Godspeed) dagli affascinanti sapori fifties.

Insomma, un disco prescindibile ma dannatamente piacevole.

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